Tradimento ‒ Il caso Spotlight

Tradimento ‒ Il caso Spotlight

Lo Spotlight Team del “Boston Globe”, in Massachusetts, da qualche tempo ha intenzione di trovare risposte ad alcune domande, fare luce su questioni poco chiare che riguardano l’Arcidiocesi di Boston. Una storia vecchia che però continua a sbucare qua e là ed a stuzzicare l’interesse dei giornalisti. È già dalla fine degli anni Novanta che il quotidiano ha iniziato ad interessarsi al reverendo John J Geoghan, più volte accusato di molestie sessuali a minori e più volte spostato di sede ed incarico piuttosto che rimosso definitivamente. Da allora la vicenda del sacerdote inizia ad intrecciarsi a doppio filo a quella del vescovo, il cardinale Bernard F. Law ‒ che per anni lo ha protetto ‒ e a quella dei vescovi successivi, che hanno fatto la stessa cosa. Ai giornalisti investigativi del “Boston Globe”, tuttavia, il caso Geoghan sembra però essere solo la punta di un iceberg molto più torbido e composito. Così decidono di iniziare ad indagare più in profondità e di svolgere un’inchiesta per verificare se quello del reverendo Geoghan sia un caso isolato, oppure se le coperture e gli insabbiamenti siano a tutti gli effetti una prassi consolidata all’interno dell’arcidiocesi della città. Quello che portano a galla ‒ sfidando anche una sottile corruzione interna alla magistratura la quale, sfruttando le larghe maglie interpretative della giurisprudenza, secretava e metteva sotto silenzio le rivelazioni sugli abusi e le stesse testimonianze delle vittime ‒ è uno scandalo di portata inimmaginabile. Dalla metà degli anni Novanta, infatti, oltre 130 persone hanno testimoniato di aver subito stupri o molestie da parte di Geoghan in diverse parrocchie dell’arcidiocesi di Boston. Ma non è tutto. Lo Spotlight team in oltre seicento articoli comparsi sul quotidiano ha svelato un sistema agghiacciante di abusi sessuali perpetrati da una larga parte del clero per la quale l’arcidiocesi di Boston aveva patteggiato in segreto svariate denunce mosse ai suoi sacerdoti, pagando segretamente i risarcimenti senza alcuna documentazione pubblica. La bolla era scoppiata e quella che sembrava essere una questione puramente locale, era destinata a diventare uno scandalo di portata internazionale…

Il caso Spotlight non è recente. Stiamo parlando di una tra le inchieste più prorompenti nella cronaca internazionale dall’inizio del secolo (dopo, per portata, c’è il Datagate di Edward Snowden, per intenderci), quella che ha fatto davvero tremare le fondamenta del Vaticano e portato milioni di cattolici nel mondo ad interrogarsi sull’integrità morale dei proprio pastori spirituali. Da allora la chiesa cattolica ha perso molto terreno (e molti soldi), cercato di correre ai ripari (con un Papa nuovo di zecca, per esempio), tentato di saldare una frattura che sembra essersi fatta molto profonda tra sé ed il popolo dei suoi fedeli. Dopo che il team del “Boston Globe” ha denunciato attraverso la sua attività investigativa la fitta rete di connivenza in seno all’arcidiocesi di Boston, il bubbone è esploso ovunque. Una specie di catarsi collettiva. O una liberazione, se vogliamo. La fortuna di una pellicola omonima ‒ Il caso Spotlight, appunto, del regista Thomas McCarthy ‒ ha riportato in auge il libro inchiesta Tradimento uscito nel 2002. Poco male, anzi benissimo perché dopo l’onda d’urto micidiale che si è abbattuta con lo scoperchiamento del vaso di Pandora, l’attenzione sulla piaga dilagante della pedofilia nel clero sembrava essere andata scemando. Riproporre Tradimento, oggi, equivale a rimanere vigili e continuare parlare di temi tanto scabrosi: non solo un dovere di cronaca, ma principalmente una questione di etica e di morale. Questa inchiesta - portata avanti con coraggio in mezzo ad innumerevoli tentativi di ostruzionismo, minacce più o meno velate ed il rischio di trovarsi una carriera stroncata di netto nella contrapposizione a lobby di interesse fortissime ed agguerrite ‒ non ci rivela solo uno scandalo, non ci trasmette solo il dolore, il senso di colpa ed il trauma che ogni vittima ha subito e si porta dentro, ma ci suggerisce, come ogni inchiesta che si rispetti, di praticare sempre il beneficio del dubbio e, come diceva Gaetano Salvemini, di scorticare sempre l’intonaco che ammanta le parole. Non si sa mai cosa potremmo trovarci sotto.



 

 

 

 
 
 
 

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