Train du rêve

Train du rêve
Stazione di Bologna, oggi. Una donna sale su un treno che la condurrà a Milano, e da lì prende l’interregionale per Ventimiglia. Durante il viaggio, conosce una serie di tipi umani, desiderosi di raccontare le loro storie. Ecco il Creatore di Atmosfere Goody, che realizza appositi climi emotivi su commissione; l’Insonne, un uomo che non riesce più a dormire da anni e che, frustrato dall’ infinito accumulo di stanchezza, ma soprattutto dalla perdita della possibilità di sognare, trascorre le notti a parlare con i nastri registrati dei call center e delle banche; lo Sniffatore di Pianerottoli, che annusa i ballatoi dei condomini per conto di ditte interessate a carpire le fragranze più in uso tra la gente, così da modellare conseguentemente il loro piano-vendite porta a porta; la Donna Fatale della Lega (Nord), Daniela, assai appagata dalla sua recente elezione, non perché particolarmente interessata alla causa federalista, bensì in quanto ha potuto verificare che, da allora, facendo i test sul mensile «Cosmopolitan», il suo livello di autostima è aumentato di cinque punti; la Grande Obesa, contrariata dal fatto che le sedie non possano parlare giacché sarebbero le uniche che, confessandole il loro disagio nel sorreggere il suo impegnativo peso, saprebbero intimarle con la giusta autorevolezza la necessità di disciplinare la sua fame; l’Osservatore di Sfigati dei Reality Show, che ha opposto l’abbrutimento televisivo al dolore per l’abbandono della fidanzata; Mobic, il vecchietto che regala cappelli a cilindro, estratti dal carrellino con cui gira tra i vagoni, chiamato così in quanto somiglia al personaggio cinematografico di Miracolo a Milano. Altri compagni di viaggio, invece di parlare di se stessi, preferiscono narrare la storia di persone a loro care. Un ex assessore sanremese, per esempio, narra del suo amico Nat, chef di alta cucina che, rimasto vedovo, vende il suo ristorante e si reca ogni sera negli altrui locali a lasciare laute donazioni, che servono per pagare cene alle persone in difficoltà; un giovane violinista, Baptiste-Dito di Velluto (omaggio al mimo Baptiste del film Les enfants du Paradis), racconta la splendida vita del suo bisnonno, il liutaio Armando Montemurici, della sua devozione verso i violini, e del suo amore per la cantante lirica francese Madame De Buci...
Decidere di scrivere un romanzo corale è per un autore tra le sfide più rischiose, capita facilmente di allentare le fila, perdere il controllo del ritmo e sacrificare la compattezza della narrazione. Dando vita a un suggestivo involucro di strati narrativi in cui sovrapposizione dei punti di vista e andirvieni dei piani temporali non mancano mai di armonizzare, Francesca Mazzucato stravince, invece, la sfida e regala ai lettori un romanzo bellissimo, forse il suo più bello, certamente il più poetico. In un gioco continuo di aperture e chiusure, le storie dell’autrice bolognese si dilatano e restringono in base a guizzi che non perdono mai amabilità e vigore. Talvolta l’autrice indulge intenzionalmente al macchiettismo – è il caso delle descrizioni di Milady, il barboncino rosa nutrito a base di pane e caviale da una solerte padrona, e di quella della contessa Babe Alvisi, anziana donna dall’esaltante passato la quale, per sopportare l’avanzare dell’età, non rinuncia a una certa barocca e pittoresca civetteria d’abbigliamento (un copricapo di paglia, da cui pende una bambolina creola, circondata di ananas e meloni, fa pendant con una cavigliera d’argento), mentre fa fuori, alla velocità della luce, grappoli di ciliegie al liquore i cui noccioli nasconde sotto il suo sedile – quasi a compensare gli echi alquanto crudi provenienti da alcune ventate di pura e crudelissima realtà (la donna che non riesce ad affrontare la visita alla madre malata; l’acido rancore di Sonia, operaia in uno zuccherificio, che racconta gli sforzi sovraumani e pieni di dignità di una coppia di lavoratori con due figli a carico, che vive con un budget di 1400 euro al mese; la disamina spietata e senza speranza verso la città di Sanremo, devastata dalla speculazione edilizia e dai rituali del consumo di massa). Particolarmente efficace, inoltre, si rivela la scelta di Mazzucato di entrare direttamente nella materia del suo narrare: alla stregua di un direttore d’orchestra, l’autrice ascolta, interpreta e assembla, realizzando, infine, una sorta di partitura onirica a cui potrebbero attribuirsi titoli dagli echi postmoderni, quali "Inno alla socialità" o "Inno alla comunicabilità e alla lentezza". Sono, infatti, questi i temi di cui si parla nel train du rêve del libro. Oltre agli espliciti omaggi che Mazzucato rende alla cinematografia di De Sica e Carné, il romanzo ci fa pensare anche ad alcune tele di Chagall, dove i personaggi volteggiano leggeri, tesi in un un consapevole sì alla vita.

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