Tramonto libico

Tramonto libico

Raphael vive in una bella casa con la sua bella famiglia, studia alla scuola dei frati, è spensierato come ogni bambino dovrebbe essere. Un giorno però alcune insinuazioni cominciano a incrinare le sue infantili certezze: per gli ebrei si stanno profilando giorni bui. Che vuol dire? Il nonno, ebreo pure lui, ha combattuto per la liberazione della Libia, insomma è un patriota. Perché allora non possono restare a Bengasi? Dal dubbio alla certezza passa solo il prelievo forzato da parte delle autorità: gli ebrei di Libia finiscono in campi protetti, le città non sono sicure per loro, dicono. Perché no? Loro sono libici, che c’entrano con Israele? Da lì in poi è un crescendo di eventi sradicanti: profughi in Italia, approdano a Roma, dove cercano e trovano (con difficoltà) accoglienza nella comunità ebraica capitolina. Eppure l’integrazione è difficile per tutti e lo sradicamento corrode in particolare lo spirito un tempo granitico dell’amato padre. Raphael ormai adulto decide di cercare la casa per sé e la figlia a Israele: se per gli ebrei non c’è spazio dove sono nati, forse ce ne sarà dove l’ebraismo è nato. Per lui esule, però, neppure questo passaggio è semplice e la comunità che infine offre una soluzione autentica è a Londra. Il giornalismo, la pubblicazione di un libro, la Libia di Gheddafi, l’arresto, gli interrogatori, la mediazione politica, tutto è ancora in divenire nella vita di Raphael…

Che aggiungere alla chiusura dello stesso Luzon? Alla fine della lettura di questo libro rimane nella testa e nel cuore un insegnamento per la vita: sempre avere fiducia nella bontà dell’uomo. Pazzesco che a dichiararlo ma ancor meglio a incarnarlo sia un uomo che nella vita ha subito la privazione più atroce, quella della libertà. Non tanto per i momenti di reale carcerazione quanto piuttosto per quell’ostracismo odioso che priva gli esseri umani di una casa e quasi di un’identità. Che siano cristiani o arabi, gli oppositori degli ebrei sono ugualmente tenaci, impossibile trovare una terra accogliente per chi non può stare in patria. Specie se la patria è squassata dal disordine politico e sociale, se è la Libia di Gheddafi e del post Gheddafi, una terra irrisolta e piena di conflitti. Per un libico, comunque, è casa, come per Luzon che, a un metro dal Colonnello, rivendica soltanto i suoi diritti di cittadino. Stupefacente il tono sempre misurato con cui con semplicità si riflette, seppur in perenne diaspora, sulla possibilità che le tre religioni monoteiste convivano in pace. Ammirevole la lucidità con cui si distinguono i facinorosi dagli uomini di cuore, a ricordare che ogni generalizzazione è un torto alla bontà degli uomini che sanno essere caritatevoli e generosi anche in mezzo alle guerre. Lo dice già Saviano nella prefazione: è un libro da leggere e rileggere.



 

 

 

 
 
 
 

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