Trans Europa Express

Trans Europa Express

Si comincia con la fine del viaggio, con l’arrivo in treno nella città di Odessa che, parole di Rumiz, è insieme Istanbul e Lisbona, Pietroburgo e Trieste. Insomma, simbolicamente racchiude città lontane e cardine, riferimenti di un’Europa unita o forse no. Trans Europa Express è il resoconto di un viaggio intrapreso nell’estate del 2008 e lungo seimila chilometri, seguendo un vettore quanto più possibile verticale e discendente, attraverso frontiere dimenticate, antiche regioni cancellate dalle cartine geografiche moderne e popoli fagocitati dalla geopolitica e dalle nuove frontiere disegnate a tavolino. Botnia, Carelia, Livonia e Curlandia, sono nomi che non dicono nulla a gran parte di noi europei. Quasi bizzarro, poi, che questa partenza e voglia di visitare confini nasca proprio da uno smantellamento di barriere. Da quel 20 dicembre 2007, quando il confine di Schengen sparì e con esso caddero barriere imposte e ormai posticce. Così Rumiz capisce che i confini chiedono di essere oltrepassati, sono come limiti bisognosi di essere superati. La mancanza di barriere genera una sorta di apatia ben percepibile nella grande, moderna, globalizzata Europa Centrale. Rumiz se ne rende conto ogni volta che, scendendo verso il Mar Nero, riprende contatto con le atmosfere più vicine a casa, dove l’ovest è il centro del suo e nostro mondo. Un mondo che poco attira, perché le sue genti si sono appiattite, sedute sugli allori. Si comincia dalle estreme propaggini dell’Unione, Kirkenes, ultimo lembo di Norvegia prima del confine russo. Colori scuri, freddo intenso, luci diverse, uomini diversi da noi nel carattere, nei tratti. Rumiz cerca il contatto, vuole conoscere, ricevere storie. Non è sempre facile. E poi ancora giù, in autobus, su treni sgangherati, approfittando di passaggi offerti, sempre accompagnati dall’acqua stretta in fiumi, chiusa in laghi, costante protagonista e madre delle genti che le abitano accanto. Le fisionomie cambiano ancora, i caratteri cambiano ancora. Rumiz insiste e cerca l’incontro, il viaggio più difficile, il luogo meno accessibile, perché è dal disagio che nascono le storie, perché è dove c’è poco che si riceve molto…
Affermare di aver fatto un viaggio lungo, magari durato una trentina di giorni come questo, può non voler dire niente. Se il tempo a disposizione è stato speso unicamente per muoversi, senza una sosta e senza interazione con l’estraneo, nulla di ciò che si è visto ha consegnato un valore aggiunto alla propria vita. Allo stesso modo, richiudersi in una struttura servita di tutto punto, globalizzata nel mondo con medesime strutture dello stesso tipo, grida più allo spreco che alla vacanza spesa bene. E ancora, un viaggio richiede preparazione, conoscenze, una volontà di studio che non tutti sono disposti a conseguire. E non è tanto questione di soldi che non si hanno, di luoghi troppo costosi, quanto di voglia di vedere, ascoltare, scambiare. Paolo Rumiz e la sua compagna Monika Bulaj scelgono le genti di confine per imparare l’Europa dimenticata, e le voci che quel mondo restituisce non sono sempre campane di pace. Tuttavia i colori riportati nei taccuini, le voci raccolte e i visi trascritti negli appunti sono una testimonianza preziosa e vorrei tranquillizzare l’autore, che a un certo punto si chiede se scrivendo il libro sarà davvero in grado di rendere la densità umana di questo viaggio. Il resoconto è riuscito, perché la voglia di vedere quei luoghi sconosciuti è sgorgata naturale. Un assaggio si può trovare grazie alla rete, che in questo caso usa la globalità per agevolare un primo approccio. Basta digitare la parola Kamenec-Podolski per cominciare a immaginare una città quasi fiabesca. In verità, quel che manca ai nostri viaggi organizzati è lo scambio reciproco, perché  è proprio il bisogno di incontrare persone nuove che non vogliamo provare e che in tutti i modi cerchiamo di sfuggire.

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