Trappola per volpi

Trappola per volpi

Fresco di nomina a vicecommissario di stanza a Firenze pur venendo dalla campagna, Vitaliano Draghi si trova a fronteggiare da solo un omicidio di quelli che possono mettere a rischio la sua carriera prima ancora che inizi. La giovane donna trovata morta dal tranviere Ettore Becchi in un vespasiano sul Lungarno è la moglie del senatore del regno Bistacchi, capo della commissione per la polizia politica, intimo del Duce e del capo della polizia. Il commissario è andato in ferie, l’ispettore capo in pensione e il nuovo non è stato ancora designato, il questore è al nord per un congresso: insomma la patata bollente è in mano a Draghi e in quel luglio del ’36, in pieno regime fascista, un insuccesso può costargli davvero caro. Quando, il giorno dopo il ritrovamento, anche se è sabato, viene convocato dal prefetto – che per inciso è anche un accanito giocatore – Draghi ha un’intuizione, deve giocare il suo asso nella manica. Non può affrontare una questione così delicata senza avere vicino il suo portafortuna, un contadino della tenuta in cui suo padre fa il fattore, Pietro Bensi, che fin da bambino chiama il suo vecchio (anche se vecchio non è). Un uomo fuori da ogni schema, che ha letto probabilmente quasi tutti i libri della biblioteca del Conte, uno che è tornato dalla guerra con un braccio inutilizzabile e fa comunque il lavoro di due uomini interi, ma sopra ogni cosa uno che ha un intuito eccezionale e la capacità di deduzione di Sherlock Holmes. “Se devi catturare una volpe, pensa come una volpe”: così ragiona il contadino e quello che imparano i profiler in anni di addestramento, per lui è una cosa naturale…

Autore di numerosi libri per ragazzi, Fabrizio Silei ha scelto di “esordire” nella letteratura per adulti e lo ha fatto con un giallo; come ha dichiarato in una intervista, la scelta si è basata principalmente su due criteri. Il primo è che (giustamente), non considera il giallo un genere minore, il secondo è che da tempo desiderava approfondire e testualmente “fare i conti” con la storia della sua famiglia. Ed ecco allora che uno dei protagonisti è Pietro, un contadino socialista – come il nonno dell’autore – che nel 1936, in pieno regime fascista, tenta di portare avanti la sua visione delle cose, possibilmente senza finire nei guai. L’altro protagonista, il giovane vicecommissario che Pietro chiama il suo “fagianino” – un modo di dire toscano legato all’ingenuità dei giovani fagiani di allevamento – è un ragazzo appena laureato, non ancora completamente formato dal punto di vista politico. Non gli piace il fascismo, è tendenzialmente socialista ma anche consapevole del periodo in cui si muove. Un periodo in cui certamente essere un poliziotto il cui dovere è comunque quello di assicurare i colpevoli alla giustizia non era facile, costretti come si era ad agire in un clima pieno di ingerenze, dalla polizia politica ad ogni singolo uomo politico di qualunque ordine e grado, potente o meno, purché dichiaratamente e orgogliosamente fascista. Un romanzo bello ed equilibrato nelle descrizioni, senza prese di posizione a specchio fedele dell’una e dell’altra parte. Pensieri e modi di città contigui alla campagna, nobili e contadini che pur curandosi dei rispettivi ruoli, sono anche consci dell’importanza degli uni per gli altri. Un esordio felice, anche per com’è articolata la trama, che lascia spazio ad eventuali futuri sviluppi.



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