Tratti dalla nebbia

Tratti dalla nebbia

Camminare per la strada totalmente avvolta nella nebbia richiede coraggio per chi è abituato a vivere nella luce. Giovanna ha appena iniziato a familiarizzare con quella bruma densa, che rende incerti i passi. Sono trascorsi tre anni dal giorno in cui è arrivata in città, credendo di rimanerci solo il tempo del colloquio di lavoro con il prof. Umberto Gargarelli, psichiatra di chiara fama a capo del locale reparto ospedaliero. Quel test, Giovanna, l’ha superato in modo brillante e da allora, con Umberto è iniziata una relazione, che procede sul crinale scivoloso di un rapporto professionale complicato dal sentimento ambivalente di attrazione e repulsione per il suo mentore, che d’altro canto, non smette mai di alimentare il dubbio, incistato come un parassita nella mente della giovane psichiatra, sui rischi della relazione con Francesco. Cieco a seguito di un incidente, Francesco è 100% di carica erotica, è l’oggetto del desiderio di Giovanna. Lo ha conosciuto per caso, un giorno, nello studio di Emanuela, psicologa e sua ex grande amica, nonché collega, anche lei nello staff del prof. Gargarelli. È un trigono di relazioni ambigue e indecifrabili lo spazio esistenziale in cui prendono vita le azioni e le reazioni di coloro che stanno ai suoi vertici: due donne e un uomo, Umberto, che come un corpo neuronale è il centro di impulsi centripeti e centrifughi insieme. Adriana, una paziente appena arrivata in reparto, polarizza le attenzioni di Giovanna. Il disturbo che affligge la donna presenta caratteristiche nuove e conduce a cambi di paradigma nella definizione della malattia mentale: sentimenti di inadeguatezza si mescolano in Giovanna con la voglia irresistibile di cogliere quella che si presenta come una difficile sfida professionale…

La nebbia come metafora della solitudine e dell’incapacità di generare relazioni autentiche, di lasciarsi irraggiare dalle emozioni, di conoscere l’altro aldilà di un volto, che come una maschera fa risuonare le voci del personaggio interpretato. In un luogo geografico indefinito, tratteggiato quel tanto da lasciare immaginare il grigio e umido sfondo su cui si muovono i personaggi, va in scena la tragedia dell’anestetizzazione dei sentimenti. Interazioni umane apparentemente normali condividono il confine liquido del disagio psichico e la realtà, velata dalla nebbia delle false certezze, è possibile percepirla solamente a tratti. Sono le donne le protagoniste della narrazione di Daniela Miscia, che nel 2011 ha pubblicato il suo primo romanzo, Il cortile: storie al femminile attraverso le quali osservare la contemporaneità, i suoi vizi e le sue virtù. L’autrice è risultata tra le vincitrici, per la sezione narrativa, dell’edizione 2005 del concorso indetto dall’Istituto Superiore di Sanità “Il volo di Pegaso, raccontare le malattie rare”. È una scrittura elegante e ricca quella della Miscia, dalla cui lettura traspare un’attenzione costante alla parola più evocativa, alla ricerca di metafore suggestive. Una cifra quella della Miscia che non rischia di appesantire il racconto, né di trasformarlo in un esercizio di stile, tutt’altro, ne viene fuori una scrittura limpida e stimolante.



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