Trauma

Charlie Weir è uno psichiatra newyorchese e, come ogni psichiatra che si rispetti, cerca di salvare i suoi pazienti dai loro fantasmi, ombre radicate in un inconscio che deve essere liberato dal peso del trauma. Il punto è che il primo ad avere subito dei traumi è proprio lui. Porta addosso, come fossero stracci logori attaccati alla pelle, le difficoltà di un rapporto famigliare spinoso con un padre totalmente assente ed una madre claustrofobica, e patisce la rivalità che il fratello Walter – in un modo o nell’altro sempre più brillante di lui – nutre nei suoi confronti da una vita. In più, a portarlo al limite della depressione e della malattia, è la convinzione di essere la causa della morte di Denny, fratello della ex moglie Agnes, tormentato e ormai perso nel folle vortice di chi rientra dal Vietnam e suicidatosi in seguito ad un colloquio rivelatore con Charlie. Chiude il cerchio il rapporto illusorio con Nora, donna di incredibile fascino, che, da compagna vorrebbe diventare paziente, rendendo impossibile una relazione sentimentale paritaria...

Che Patrick McGrath sia legato a doppio filo alla Psichiatria, al tema dei disturbi della personalità, al paradosso di chi esercita la professione pur essendo borderline ancora prima degli altri è ormai cosa nota a tutti, e del resto lo scrittore negli istituti psichiatrici ci ha vissuto per anni. Che avrebbe potuto scrivere un romanzo migliore invece lo sa solo chi Trauma lo ha già avuto tra le mani. Ricordo la prima lettura di Follia. Pensavo che fosse il genere di romanzo perfetto per chi, pur non essendo del settore, è fortemente interessato a fare luce sui disagi altrui. E un romanzo che parla di pazzia, di instabilità, di demoni che tornano a tormentarci di giorno e di notte può essere un ottimo spunto per gli appassionati del genere, soprattutto se chi tiene la penna è un grande scrittore come McGrath. A Trauma però manca qualcosa. Manca l’originalità di una storia che si allontani in maniera decisa dalle strade già percorse, manca quel tocco di follia ossessiva, maniacale, inquietante che ha caratterizzato Martha Peake o Spider. I personaggi che si muovono tra le pagine sono già passati davanti ai nostri occhi, hanno già attraversato i corridoi immacolati della nostra mente; i meccanismi psichico-emotivi legati alla malattia sono noti, già sviscerati e neanche il finale - per quanto a sorpresa, lo ammetto - riesce a risollevare una storia che parte troppo in sordina e fa rimpiangere il McGrath che abbiamo incontrato e imparato ad apprezzare quando ancora non era così popolare.



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