Tre camere a Manhattan

Tre camere a Manhattan
A New York in una notte qualunque, in una caffetteria nei pressi di Washington Square, François Combe e Kay si incontrano, si guardano, inconsciamente si cercano, si inebriano di parole e bicchieri, camminano sottobraccio per le strade di una città che appare quasi sospesa nel tempo conoscendo più e più locali, e fianco a fianco si allontanano - naufraghi - da un passato di silenzio, amarezze e solitudini. Lasciare tutto alle spalle. Dimenticare. È il bisogno di colmare il vuoto dell’anima e di giorni insipidi a tenere uniti François e Kay, ancora sconosciuti, in un irresistibile e inspiegabile senso di appartenenza l’uno all’altro, che si trasforma lentamente in un amore sincero. Accecante, che li segue da un bar all’altro. Da una camera all’altra – quella dell’hotel Lotus, illuminata e accesa dalla passione, la camera di lei ingombra del peso dei tanti amori passati, la camera di lui, ricolma della sua gelosia e del suo ultimo tradimento. I due si prendono e si allontanano, in un gioco di odio-amore, nella speranza di salvare quel poco che resta delle loro vite deluse e distrutte, fino al giorno in cui una lettera dal Messico che annuncia a Kay la malattia della figlia, la costringe a partire…
Dimentichiamoci i casi intricati del commissario Maigret, i precorsi a ritroso per arrivare alla ricostruzione della verità umana, le grigie e stagnanti atmosfere delle province parigine. Respiriamo invece un po’ delle atmosfere dei romanzi di appendice, delle storie d’amore dalle tinte fosche e dagli sviluppi ostili; riconosciamo l’autobiografismo (il libro è stato scritto da Georges Simenon in preda alla passione per Denyse Olimet che diviene la sua seconda moglie), quel tanto che basta; soffermiamoci sulla talentuosa capacità di Simenon di penetrare all’essenza dell’animo umano, ed avremo i tratti forti di Tre camere a Manhattan. Fotogrammi di vite insulse e squallide, come le smagliature sulla calza di Kay, ambienti freddi, come lo sguardo gettato da François di primo acchito sul viso né brutto né bello della donna; parole di ferite remote che intessono discorsi dalle paure malcelate e tuttavia capaci di sedurre corpi e pensieri; storie di un passato senza troppi colpi di scena a parte amori arrivati e svaniti come il fumo di una sigaretta che avvolge i ricordi, si rivestono di una nuova luce. Prendono vita in una nascente passione, istintiva e viscerale, che d’improvviso cambia le prospettive, trasforma i protagonisti da personaggi di maniera – quasi una caricatura di loro stessi – e insensibili, avvolti in un bozzolo di egoismo e durezza, in due creature vibranti (finalmente) del desiderio di possedersi, di toccarsi. L’immobilità della storia viene rotta da una partenza che sembra apparentemente turbare l’equilibrio raggiunto dalla coppia, arrivata faticosamente alla comprensione, all’accettazione dei limiti e delle debolezze dell’altro, alla conquista del calore umano. Ma è in questo distacco che invece i veri sentimenti si svelano, si sciolgono i timori, si avvia una progettualità di coppia, ci si avvicina fino a stringersi tanto che i fianchi si toccano. E ill treno che ha separato i protagonisti diviene un arrivo, non più una partenza. E allora, in questa visione, acquista un senso anche la figura silenziosa e solitaria di un sarto ebreo, minuto, impeccabile e infaticabile nelle sue azioni di taglio e cucito, racchiuso nel limitato confine della cornice di una finestra del palazzo di fronte. Sempre lì, fermo ad aspettare (quasi una sorta di Penelope al maschile che tesse gli insegnamenti da offrire ai due amanti). Unica figura, in tutto il romanzo, a rimanere rinchiusa nella sua solitudine, l’unica a non avere bisogno di un riscatto. Sparisce di scena, il sarto, in punta di piedi, non più dentro quella finestra, solo salutato e immaginato quando Kay e François, finalmente ritrovati, si chiudono la porta alle spalle. La stanza si è svuotata dai fantasmi e da tutto ciò che poteva soffocare un amore. Il piccolo sarto ha finito di tessere ciò che la coppia doveva e poteva imparare. La finestra davanti a due nuove creature è aperta, senza più ostacoli e costrizioni. Il futuro è lì che aspetta.

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