Tre fratelli magri

Tre fratelli magri
Erano tre fratelli magri, o così almeno il medico di famiglia, il dottor Antonio, li definiva. Sani, ma con le ossa sottili. Erano come arbusti ondeggianti e avrebbero dondolato al vento che la vita stava per soffiare loro contro. Stesi nei tre letti allineati dentro la baita che il padre aveva costruito ai piedi del Gran Sasso, con le travi che schioccavano a ogni colpo di vento forte, i tre ragazzini aspettavano che la tempesta passasse, sperando che l’acero canadese reggesse alle raffiche. Così era sempre accaduto, la baita era rimasta in piedi, passando di mano alla separazione dei genitori. Uno di loro era andato per mare, mentre un altro aveva scelto la montagna. Due estremi e due distanze incolmabili, due modi di intendere la vita. Il terzo fratello era rimasto a metà strada, a tessere fili e collegamenti, a sognare una riunione e un dialogo più forte, magari tra i ruderi della vecchia baita di famiglia. Le sue visite alla madre, che era l’anticamera del dottore, servivano a consegnargli una medicina fatta di parole e racconti di famiglia. Così, quella volta che si era svegliato sicuro dell’imminente arrivo di un ictus, era andato da lei per pranzare, per condividere e farsi raccontare la storia dello zio Stefano, morto giovane durante un’escursione. Lui, amante della montagna e delle sue solitudini, era scivolato effettuando una discesa, trascinando con sé Antonio, che era sopravvissuto e che un giorno sarebbe diventato medico. Ma quella storia di famiglia non era facile da raccontare e la scatola di latta che conteneva lettere dei suoi nonni, di Stefano stesso, ricordi e cimeli era più che una medicina, era una catarsi dolorosa. Così era andato in cerca dei due fratelli, prima tra le cime e la lapide dello zio incastonata nella roccia e poi sulla barca, sulle tracce della nipote rivoluzionaria. Più che parlare, aveva assorbito la loro compagnia, la loro energia e aveva capito che non si sarebbero riuniti, nonostante i due mondi opposti avessero trovato le stesse soluzioni per sopravvivere, come i nodi che salvano scalatori e marinai e che, nonostante il nome diverso, si costruiscono allo stesso modo…
Io, che non ho mai compreso a fondo questo genere di libri, estremamente riflessivi, introspettivi, che dicono molto senza l’abuso di gesti e di parole, affermo senza paura di sbagliare che questo libro è bello. Molto bello. Talmente bello che non riuscirò probabilmente a farlo intendere a dovere. Sarà perché racconta di due estremi, l’oceano profondo e il picco più alto, sarà che l’Io narrante, quel fratello rimasto a metà strada tra i due, sente di possedere la vocazione dello spettatore e uno spirito da passante che contiene in sé una capacita di vedere le cose tutta particolare. Come un taglio di luce che raggiunge tutti i punti e gli obiettivi. Comunque, ci sono riflessioni molto profonde e che si condividono con una facilità estrema e con, direi, una familiarità e una disinvoltura disarmanti. I tre fratelli sono l’emblema di molti altri fratelli reali che parlano poco, si scambiano emozioni solo con la vicinanza, non si prendono mai per mano e non si abbracciano. Comunicano così, parlano così e vivono così fino a quando non succede qualche cosa di nuovo a modificare la loro vita. Questo è un libro che parla di estremi che nella loro diversità si somigliano, perché la sopravvivenza è il risultato comune, anche se i percorsi per arrivarci sono diversi. L’alta montagna e il mare profondo sono sfide e sono ambienti dove il rifugio è anche il pericolo. Un libro delicato e forte allo stesso tempo, una storia di famiglia che è storia di tutti. 

 

 

 
 
 
 
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