Tre passi nel buio

Tre passi nel buio

La narrativa che fa del delitto il suo epicentro ‒ nelle forme varie e dai labili confini del noir, del thriller, del poliziesco e del giallo ‒ fino a non molto tempo fa bistrattata da certa critica, da anni attrae un crescente numero di lettori: un successo spiegabile con diverse chiavi interpretative, in un contesto di globalizzazione, disagio e mutamenti sociali, in cui il fenomeno criminale interessa e coinvolge, anche perché in alcuni casi sfiora, più spesso infiltra e permea profondamente le vite delle persone comuni. Ma ha ancora senso parlare di “letteratura di genere”, quando le metodologie di costruzione e narrazione di storie in altri mondi (quello del fumetto, quello delle serie televisive, ad esempio) sono mescolate, contaminate, e le frontiere di separazione tra generi scompaiono? E, andando nel dettaglio, come nasce una storia, come si sviluppa a partire da un piccolo seme, rappresentato da una notizia di cronaca, o addirittura da un fatto apparentemente banale come aver incrociato una bimba curiosa durante le selezioni per un concorso letterario? Come far diventare i criminali, persone normalmente prive di uno spessore letterario, personaggi? Come risolvere il problema di scrivere un romanzo “dignitoso dal punto di vista della lingua” adeguandosi credibilmente al modo di esprimersi dei protagonisti? Ci sono ‒ per chi si occupa di scrittura ‒ spazi di sperimentazione, per andare oltre fenomeni editoriali e meccanismi commerciali consolidati?

Tre voci, un registratore, un intervistatore silenzioso; tre autori italiani di successo, con scritture profondamente differenti, accomunate da un unico punto di partenza ‒ il crimine come fulcro narrativo ‒ ed una voce fuori campo: le domande sono sostituite da tre puntini di sospensione racchiusi tra parentesi, e il loro oggetto diviene intuibile attraverso le risposte che vengono date, che divengono tracce, elementi di riflessione, racconto di modalità differenti di essere scrittore, del rapporto con il pubblico e con i social media, delle personali “cassette degli attrezzi”. Massimo Carlotto, già autore dell’autobiografico Il fuggiasco e della serie di romanzi incentrata sulla figura di Marco Buratti, detto “l’Alligatore”, Luca D’Andrea, scrittore bolzanino, esordiente nel 2016 con La sostanza del male, thriller a tinte horror che si è imposto come fenomeno editoriale, e che ha confermato la propria originale capacità creativa con il suo secondo bestseller Lissy, e Maurizio de Giovanni ‒ napoletano, autore del ciclo narrativo noir de I bastardi di Pizzofalcone e creatore del personaggio del commissario Ricciardi, raccontano, divagano, compongono pagine da manuale di scrittura, forniscono coordinate interpretative. “Le storie nascono dai conflitti: serve un contrasto per avere una storia”, dice de Giovanni: il noir, affermatosi nell’America della Grande Depressione, oggi, secondo Carlotto, sembra tornare alle origini come “forma di narrativa sociale e politica”, strumento per raccontare “storie negate”, verità taciute, perché “narrare la storia attraverso il filtro del crimine […] ti permette di osservare certi fenomeni in maniera più lucida e di mantenere una posizione di forza, nel senso che non subisci la storia e gli eventi sui quali ti soffermi, ma li osservi da una posizione paritaria, che ti consente di raccontarli”. Luca Briasco ‒ già editor per Einaudi di Carlotto e D’Andrea, e legato da un rapporto di lunga amicizia a de Giovanni ‒ cura magistralmente questo saggio anomalo in grado di incuriosire ed appassionare chiunque ami quella nebulosa letteraria dai confini incerti che ha il buio come elemento dominante.



0
 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER