Tre piani

Tre piani

Tel Aviv, un condominio. Al primo piano abita una famiglia con due figlie: una ha problemi di salute fin dalla nascita, l’altra una scintilla birichina negli occhi. Così, capita spesso che i genitori affidino la più sana a un’anziana coppia di vicini. La bambina però racconta che il vecchio Hermann “è guasto”: non solo dimentica dove lascia gli oggetti, ma chiede anche troppi baci. Una sera, di nascosto, porta la bambina nel frutteto… Al secondo piano abita quella che chiamano “la vedova”: il marito è vivo, ma viaggia costantemente per lavoro e lei si occupa da sola dei figli. Quando un cognato ricercato dalla legge le chiede di nascondersi in casa, accetta ed è di gran conforto vederlo preparar la colazione, far il bagnetto ai bambini e interessarsi alla sua vita quotidiana. Solo che un altro barbagianni è comparso alla finestra per criticare ogni cosa e fa paura che un fatto simile sembri reale... Al terzo piano c’è un giudice in pensione, vedova per davvero e in rotta da anni con l’unico figlio. Un giorno sviene a una manifestazione per i diritti dei lavoratori e si risveglia in mezzo a un gruppo di giovani psicologi in protesta: è così che inizia a parlare di sé. Suo marito avrebbe disapprovato e chissà cosa penserebbe della sua decisione di vendere la casa a un ex spia del Mossad...

Per Tre piani l’autore israeliano Eshkol Nevo si serve della teoria di Sigmund Freud delle tre istanze intrapsichiche e inventa tre personaggi che incarnano le pulsioni dell’Es, la ricerca d’equilibrio dell’Io e la presa di posizione del Super Io. Non occorre però conoscere a fondo Freud per apprezzare la scrittura di Nevo: la psicanalisi è solo il pretesto per raccontare il bisogno di farsi sentire dei protagonisti perché, come dice l’inquilina del terzo piano Dovra, “Se non c’è nessuno ad ascoltare, allora non c’è nemmeno la storia”. Arguti i modi che l’autore ha ideato per far sì che i suoi personaggi si svelino: si va da un dialogo tragicomico privo delle battute di uno dei due interlocutori, a una lettera spedita ad un’amica in cui il nocciolo del discorso viene posticipato di continuo, per finire con una serie di brevi messaggi vocali registrati su una vecchia segreteria telefonica. Le tre storie si intrecciano in più punti, i protagonisti si conoscono e abitano nello stesso edificio, ma non sembrano interessati gli uni agli altri: preferiscono affidare le loro preoccupazioni a persone lontane piuttosto che ai vicini di casa. Eppure vivono separatamente una solitudine identica e ognuno di loro cerca soltanto qualcuno con cui aprirsi:“L’importante è parlare con qualcuno. Altrimenti, tutti soli, non sappiamo nemmeno a che piano ci troviamo, siamo condannati a brancolare disperati nel buio, nell’atrio, in cerca del pulsante della luce”. Che poi si parli ad un nastro che forse nessuno ascolterà e per giunta a un uomo defunto come fa Dovra potrebbe sembrare una contraddizione, ma in questa è racchiusa la forza ironica e allo stesso tempo lirica di questo romanzo che sa essere brillante quanto una scintilla birichina negli occhi.



 

 

 
 
 
 

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