Trenta per zero

Trenta per zero

Roma. Una ragazza sta svogliatamente facendo l’amore col suo ragazzo, G. È presa dai suoi pensieri: è quasi mezzanotte e tra qualche minuto sarà il suo compleanno, il trentesimo. Non vuole festeggiarlo perché non ha motivi per farlo. Si sente come Eveline di Gente di Dublino, “avvinghiata con entrambe le mani alla sua stessa angoscia”: quella che vive è una dolorosa e alienante situazione di paralisi. Studia ancora all’università e sa che, dopo che si sarà laureata, si troverà davanti al vuoto destinato a quelli della sua generazione. Nella vita vuole fare la scrittrice: non riesce ad immaginare di fare altro se non scrivere. Quando si sveglia, il senso di nausea e agitazione non è svanito ma l’aspetta una giornata come tante. Esce dalla casa del fidanzato e si dirige a piedi alla Città universitaria, dove deve seguire la lezione di latino del professor T. Poi la biblioteca nazionale per prendere un libro in prestito, dove incontra una collega dell’università di cui non ricorda nemmeno il nome. La telefonata di sua sorella la convince ad andare a trovare la nonna, inchiodata ad una sedia a rotelle e guardata a vista dalla badante romena. Prima che si concluda la giornata, dovrà dare ripetizioni a Manrico, un dodicenne viziato che abita nei pressi di via del Corso. Ora la ragazza può tornare a casa: cenerà con la famiglia per poi attendere l’arrivo di G., concludendo, come sempre, una giornata fatta di amarezze e delusioni, acuite dal raggiungimento dei suoi trent’anni…

Romanzo d’esordio della scrittrice romana Mara Di Tella – già autrice di racconti e finalista al premio Orlando Esplorazioni con Autopatografia di un compleannoTrenta per zero è il racconto di una giornata ordinaria, della consapevolezza di un vuoto che avvolge e attanaglia un’intera generazione alla quale la società non dà nemmeno la possibilità di accontentarsi delle briciole. L’università, dunque, rimane l’ultimo baluardo prima del baratro, l’ancora di salvezza in un mare di incertezze, un non-luogo prima della presa di coscienza dei propri fallimenti. Attraverso una scrittura in cui, a piccole dosi, si riconoscono elementi joyciani e il Goffredo Parise dei Sillabari, e si respira un’aria tutta novecentesca, l’autrice costruisce un romanzo in cui emerge un io sofferente, che si rapporta con una realtà esterna in cui tutto perde il proprio significato, la propria sostanza. Nelle strade di una Roma frenetica, che si fa luogo di ricordi e al contempo simbolo di un inesorabile hinc et nunc, la protagonista, di cui non si conosce il nome, compie un personalissimo viaggio a tappe, una vera e propria processione in cui si rapporta con le cose piccole della vita, con una quotidianità alienante, con delle marionette antropomorfe che occupano il proprio spazio esistenziale. Tutto, fuori, è movimento: anche la protagonista si muove, ma lo fa perché deve, meccanicamente, mentre il suo io è fermo, fissato ai ricordi e ad un presente vissuto in una condizione di eterna, monotona sospensione. Solo il dimenticare la fa star bene; il non pensare, l’oblio, l’annullamento, l’azzeramento: non a caso il risultato dell’operazione indicata dal titolo porta allo zero, sempre e comunque. Con Trenta per zero, dunque, Mara Di Tella dimostra di conoscere a fondo lo strumento narrativo, con uno stile attento e puntuale, senza sbavature, dando vita ad un romanzo scritto totalmente in prima persona che, nonostante sembri ispirato dalla letteratura del ventesimo secolo, è ancorato alla realtà contemporanea, dimostrandone i difetti anche attraverso l’uso dell’ironia. Buona la prima.



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