Triangoli imperfetti

Triangoli imperfetti
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Christine, Nora, Barbara. Tre donne che hanno in comune lo stesso destino, la stessa dannazione di amare uomini fuori dal matrimonio. Sono, per la società in cui vivono tra fine ‘800 e inizi del ‘900, delle figure femminili trasgressive, certamente contro le convenzioni di un sistema patriarcale profondamente radicato. Ma la passione, si sa, non si può domare. Così Christine lascia il marito e ‒ peggio ‒ il figlioletto, per raggiungere l’amante lontano, oltremare. Finché il peso del suo ruolo di moglie e madre non prevale e allora, ecco il sacrificio del ritorno e l’amara, disperata constatazione delle conseguenze… Anche Nora è in viaggio. La sua meta però è un tremendo addio. Desidera infatti congedarsi da Christofer, cui continua a pensare incessantemente, nonostante il suo posto sia a casa, accanto a uno sposo irascibile, che si fa manovrare da una madre arcigna e implacabile. Ed ora che è lì, separata dal suo unico amore da una rampa di scale, a impedirle con compiaciuta crudeltà l’estremo saluto, si insinua Aldis, la sorella del morente… Barbara è invece una studentessa universitaria, la cui colpa è quella di essersi innamorata del professore. Ha appena saputo la tragedia: la moglie di questi si è gettata da un tetto, incapace di sopportare il tradimento del coniuge. Tormentata dai rimorsi Barbara decide perciò di fuggire (altra peregrinazione!) dagli inganni dello spregevole uomo con cui ha instaurato una relazione...

Eros e tanatos. Ragione e sentimento. Ribellione e ipocrisia. Totale fallimento del maschio all’interno delle dinamiche di coppia. Sono questi gli spunti che ci offre il bellissimo libro di Edith Wharton, una grande penna della letteratura americana a cavallo tra due secoli, misconosciuta fino al giorno in cui il suo ora celebre romanzo L’età dell’innocenza non venne trasposto in una pellicola cinematografica. Sicuramente la puntuale rimozione della scrittura femminile “impegnata”, consapevole, di denuncia, non è cosa di cui stupirsi, in particolare se consideriamo che l’autrice proveniva dagli stessi ambienti bigotti coi quali avevano dovuto imbattersi diverse muse, una per tutte la madre di Piccole donne, M. Louise Alcott, cui non restò che scrivere i lievi ed edulcorati buoni romanzi di buona educazione, visto che per parlare di altro era costretta a nascondersi dietro uno pseudonimo asessuato. Ma torniamo a Wharton. Il piccolo volume pubblicato da Tranchida nel 1994 e adesso riproposto da Paginauno, la coraggiosa e pregiata casa editrice diretta da Walter Pozzi, è un delizioso e sintomatico esemplare di letteratura classica femminile. Con piglio preciso e sapiente Edith Wharton racconta tre storie che fanno affiorare la vacuità di una elite che si nutre di apparenza e finzione. Le protagoniste spiccano per l’onestà dei sentimenti, che guidano la vita e i suoi moti eterni. Gli uomini che orbitano intorno ad esse si rivelano al contrario pestiferi, qualsiasi sia la funzione che rivestono: mariti calcolatori e fallaci, manipolatori e anaffettivi; spasimanti in preda al furore del possesso, non abbastanza forti da scegliere, non degnamente probi da assumersi le responsabilità, oppure inermi e plagiati da terzi o... terze. Sì, perché l’altro elemento che Wharton fa emergere con accorata disapprovazione è il lato ostile del genere femminile verso se stesso. Ne troviamo tra le pagine un inventario: suocere, cognate, mogli, sorelle. Sono queste donne le peggiori nemiche delle donne: quelle che orientano le fila dei rapporti tra benpensanti; quelle che con lucidità vendicano la propria mediocrità e la propria solitudine, armandosi contro le eroine libere; quelle che in nome delle opportune maniere godono dei dolori altrui... Quelle che tutto il mondo è paese in ogni tempo, perché anche nell’epoca nostra è un malaugurio quando da donne si capita sotto il tiro di consimili, cui non si va a genio. Lo sguardo amareggiato di un’intellettuale, sensibile indagatrice dell’animo umano, narratrice raffinata nei tre potenti affreschi di Triangoli imperfetti.



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