Trilogia americana

Giugno 1875. Un treno sta attraversando lentamente la contea di Schuylkill, in Pennsylvania, una landa brulla e grigiastra. Per la terza volta il controllore della “Reading Railroad” sta controllando i biglietti di Pantera e di Molly, non si capacita che una bianca viaggi assieme a un uomo dalla pelle scura. Sono in effetti una strana coppia. Lui è un pistolero messicano che ha fatto fuori un ranger in Texas e ha ritenuto opportuno “cambiare aria” per un po’, lei una ex prostituta di origini irlandesi. Non sono amanti. Anni prima sono andati a letto assieme qualche volta, poi si sono persi di vista e si sono ritrovati da poco, dopo che Molly ha spedito una lettera a Pantera proponendogli un incarico a Shenandoah, dove sono diretti. Il treno si ferma in aperta campagna, suscitando le proteste dei viaggiatori: salgono a bordo sette uomini in uniforme, armati fino ai denti, agenti della “Coal & Iron Police” che scortano una fila di prigionieri tenuti uniti da catene alle caviglie, agitatori politici a quanto pare. La gente li prende a male parole, Pantera decide che è meglio approfittare della fermata non prevista e scendere dal treno, tanto sono quasi arrivati. Prende i bagagli e assieme a una recalcitrante Molly si mette in cammino verso la cittadina che si intravede poco lontano. Il paesaggio è triste, monotono: una distesa piatta e pietrosa disseminata di torri di legno e depositi, sicuramente opifici per la lavorazione dei minerali. Dopo un’oretta di cammino, Pantera e Molly raggiungono l’abitato di Tamaqua, fitto di magazzini, capanni, depositi, tratti di binario in apparente stato di abbandono. Non è Shenandoah, è la cittadina immediatamente prima. “L’impressione è triste, ma forse è colpa del cielo grigio”. Gli uomini in giro hanno “tutti lo stesso berretto schiacciato sui capelli, la stessa giacca lisa, gli stessi pantaloni larghi”. Di donne se ne vedono poche, quasi tutte anziane, e camminano in fretta, a testa bassa. Pantera e Molly devono cercare il saloon del cognato di lei, James Carroll, che per fortuna è proprio a Tamaqua. Chiedono indicazioni ad un passante, e lui gli mostra la strada, è vicino: “Adesso il locale è pieno da scoppiare. Da Jim è in corso la riunione della WBA. C’è gente anche in strada”…

Riuniti in un omnibus di quasi 1000 pagine tre romanzi “americani” di Valerio Evangelisti che hanno sì legami tra di loro, ma non sono – come troppo spesso succede negli ultimi anni – capitoli di una trilogia. Oddio, a rigore Antracite è effettivamente il capitolo finale di una trilogia, ma segue Metallo urlante e Black Flag. A legarlo a Big Union è la scena finale, che è anche quella iniziale del secondo romanzo di questo volume, che però ha protagonisti e temi del tutto diversi. E nel terzo romanzo si cambia ulteriormente scenario e anche periodo storico: se si può isolare una sorta di fil rouge in queste storie è che sono capitoli di una ideale controstoria degli Stati Uniti post Guerra Civile. Spiega lo stesso Evangelisti in una recente intervista: “Ho reagito molto male nel sentirmi definire antiamericano perché non apprezzavo la politica di Bush in Iraq. In realtà non mi ritengo affatto antiamericano, semplicemente la storia degli Stati Uniti è controversa, ha visto diverse forze in campo, diversi momenti di evoluzione, che di solito chi lancia facili accuse ignora del tutto. Allora ho deciso di consacrare una piccola parte del mio lavoro a rivelare aspetti della storia statunitense che sono caduti nell’oblio anche negli stessi Stati Uniti”. In Antracite, un western sui generis, si muove Pantera, laconico killer ma anche ministro di culto della religione palo mayombe. È stato assoldato per fare il doppio gioco dai Molly Maguires, una società segreta di minatori irlandesi, e infiltrarsi tra i vigilantes e la Coal & Iron Police che credono lui sia un agente della Pinkerton. Sullo sfondo, le terribili condizioni di lavoro dei minatori, lo sviluppo selvaggio del capitalismo ferroviario e i moti sindacali della Pennsylvania. Fa il doppio gioco anche il protagonista di One Big Union, il giovane Robert William Coates, che nel 1884 per fare carriera in polizia accetta di diventare una “Labor Spy”, un informatore sulle attività di un nascente movimento operaio, l’IWW (Industrial Workers of the World). Raccontando la storia di questo infiltrato pian piano sempre più combattuto, Evangelisti racconta quarant’anni di storia del movimento sindacale americano. Al centro della vicenda di Noi saremo tutto c’è invece un personaggio del tutto negativo, ma – attenzione – non un antieroe. Spiega Evangelisti: “Volevo impedire il processo di identificazione nel protagonista da parte dei lettori. Volevo che si guardassero gli eventi con gli occhi di un miserabile e di un vigliacco, verso il quale l’unica forma di empatia possibile potesse essere una sorta di pena”. È Eddie Florio, dirigente del sindacato portuale International Longshoremen’s Association (ILA) e anche mafioso senza scrupoli, personaggio realmente assistito tra l’altro che fu arrestato a seguito dell’inchiesta della Commissione Spruille Braden nel 1953.



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