Trimalchio

“Se la personalità è una serie ininterrotta di gesti riusciti, allora c’era qualcosa di stupendo in lui, un tipo di sensibilità capace di impennarsi di fronte alle promesse della vita […]”. Lui è Gatsby, Jay Gatsby, l’uomo che tutti nominano, cercano, l’uomo che nessuno conosce davvero. Gatsby è miliardario. Gatsby ha ereditato una fortuna. Gatbsy è orfano. Gatsby è stato nell’esercito, poi ad Oxford. Gatsby ha ucciso un uomo. Niente, comunque, interessa realmente: sono solo chiacchiere spazzate via dalla brezza notturna. L’importante è che Gatsby continui ad essere l’individuo magico che gli altri vogliono e vorrebbero essere: quello dalla grande casa con piscina di marmo e quaranta ettari di prato e giardino. Sull’isoletta di Long Island situata ad est di New York, mentre gli anni Venti ruggiscono lungo le strade della Grande Mela, la dimora di Gatsby è un castello incantato, le luci sempre accese, lo champagne a fiumi, l’orchestra in grande spolvero. Oltre lo sfarzo, celato da un’elegante ricchezza esibita senza alcuno sforzo, Gatsby vive chiuso in una stanza invisibile fatta di solitudine e segreti: tutto scintilla oltre il suo cuore, ma le risate s’infrangono contro la riservata ritrosia di uno spirito inquieto. Nell’andirivieni di anime leggere, ad East Egg appare un giorno una donna da un tempo remoto, capace di placare le dolorose mareggiate che trascinano Gatsby lontano dal comune sentire: è Daisy, già sposata Buchanan, una che “mormorava al solo scopo di far inchinare la gente”, giovane, bella, insoddisfatta. Dopo cinque anni di lontananza, nell’afosa estate del 1922 si compie per puro caso il miracolo dell’incontro tanto vagheggiato: l’anima gemella è di nuovo lì, sogno in carne e ossa, non più pura, ardente immaginazione. Ma nulla è facile per chi può avere tutto e cerca solo un alito d'autenticità, circondandosi di gente distratta: i sentimenti di Daisy, dopo tanti anni, hanno lo stesso aspetto di una volta ma un diverso sapore. E lei, lei è attratta dalla passione ma tende già una mano vero la rassicurante solidità degli oggetti: lasciando Gatsby con un pugno di illusioni in tasca e la casa oramai divenuta troppo grande, silenziosa…
Prima de Il grande Gatsby, capolavoro indiscusso della letteratura americana pubblicato nel 1925, prima dell'affermazione e del successo, ci fu il seme del capolavoro: Trimalchio, finora inedito in Italia e ora pubblicato da Mattioli 1885. Tutti hanno letto - o ne hanno sentito parlare così tante volte da poterne disquisire con una certa sicurezza - il libro che consacrò Francis Scott Fitzgerald alla fama: Il grande Gatsby si è fatto mito, così come il suo autore, ammantato di dolente fascino e oscura bellezza, in coppia con la moglie Zelda, luminosa e bruciante. Nessuno, invece, aveva fino ad oggi potuto leggere questo breve romanzo che del capolavoro può essere considerato padre e fratello: per creare la prima versione di Gatsby, il cui manoscritto andò perduto e fu poi ritrovato, Fitzgerald si ispirò al personaggio del Satyricon di Petronio, Trimalcione. I due, rappresentanti di epoche lontanissime, hanno in realtà molto in comune: entrambi solitari, tristi, malinconici, con poco gusto, dei veri e propri outsider in un mondo, quello dei ricchi, dove tutti approfittano, pugnalano, dimenticano. Sebbene Trimalchio soffra di una certa non linearità lo sfondo su cui si muovono i personaggi e l'atmosfera restituita sono gli stessi: l'America grintosa e aggressiva dei primi anni del secolo scorso, un'epoca satura di aspettative, con mille progetti e la carica elettrica in ogni singolo gesto. La crisi, già nell'aria, viene ancora blandamente ignorata: uomini e donne, presi nell'istantanea di uno sfrenato edonismo, sono alle prese con un impasto di vizi e virtù indifferenti al mutare degli eventi. Trimalchio, dunque, è una promessa: seppure meno incisivo nella struttura, contiene già tutto lo splendore futuro che ha affascinato, e continua ancora ad affascinare, i lettori de Il grande Gatsby. Narrata attraverso la voce composta, partecipata e impersonale di Nick Carraway, la vicenda di James Gatz (vero nome di Gatsby) percorre una triste parabola: dalla speranza in un grande futuro, alla disillusione per la scoperta della cinica falsità di ogni cosa. La vita di questo personaggio grande e fallito, la sua morte e il rapporto con Daisy, sembrano essere improntati alla casualità: inserito nella corrente degli eventi, Gatsby viene trascinato da un incontro all'altro, da una conversazione all'altra, senza che appaia mai chiara la direzione dietro il frenetico movimento delle ore e dei giorni. In Trimalchio, dunque, Fitzgerald fonde una storia d'illusione e una d'amore all'interno di un amaro affresco generazionale: nell’occhio del ciclone ci sono le feste, dove tutti si incontrano per invidiarsi, il non luogo simbolo di una lenta disfatta in attesa del definitivo crollo. Non c'è possibilità di salvezza, dunque, per Gatbsy, per tutti quelli come lui, per noi: "così continuiamo a remare, barche contro la corrente, risospinti senza posa nel passato".

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