Trittico dell’infamia

Trittico dell’infamia
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Jacques Le Moyne ci ha provato, a fare l’archibugiere: dopotutto in tempo di guerra sapere usare le armi è sempre una buona cosa. Piccolo e massiccio, dotato di mani solide ed eleganti, l’uomo però si accorge ben presto di non essere tagliato per fare il mercenario: è l’arte la sua vera vocazione, in particolare la pittura. Ama passare il tempo a disegnare, mentre i suoi compagni d’armi giocano a carte o si sbronzano nelle locande. Lo canzonano quando Jacques, nel tentativo di racimolare qualche soldo, propone loro disegni che ritraggono amanti dotati di grossi genitali o contadine con le sottane sollevate che orinano accovacciate vicino agli alberi. Preferendo un misero stipendio da apprendista, piuttosto che dover fare i conti con la propria coscienza, e supportato da una lettera di referenze scritta dal signore che lo tiene al soldo, Le Moyne finisce nella bottega del famoso cartografo Philippe Tocsin, che lo assume come suo aiutante. La bottega è un grande e oscuro solaio impregnato dall’odore di vino e formaggio, pieno di strumenti di misurazione, bussole in avorio, clessidre a sabbia che segnano ore differenti. Un luogo affascinante dove si è “dappertutto e in nessun luogo”. Jacques vuole gettare basi solide e tranquille per il suo futuro: sposare la sua Ysabeau, costruire una famiglia. Ma la vita ti può sorprendere, e chissà, un giorno potrà conoscere dal vero quelle terre lontane appena scoperte oltreoceano, le stesse che il suo mirabile maestro gli insegna pian piano a tracciare sulla carta... Dalla sua casa da esiliato nei sobborghi di Ginevra, François Dubois aspetta silenziosamente la sua fine; scettico e fortemente negativo nei confronti del genere umano, divide la sua quotidianità con due gatti: una femmina maculata e un maschio dal pelo candido. Pensa con tenerezza a sua madre, cattolica convinta, e a cosa penserebbe di lui se sapesse che i precetti che hanno guidato la sua vita sono ben diversi da quelli in cui essa ha fermamente creduto, se sapesse che al posto dei gerarchi cattolici ha prestato attenzione a Lutero e Calvino. È una sera d’autunno quando lei riconosce con gioia la vocazione del figlio nei confronti del disegno; e sono i suoi elogi sinceri che hanno convinto per sempre Dubois che quella dell’arte sarà la strada giusta da percorrere. All’inizio dell’estate, dopo avere perso sua madre a causa di febbri repentine, comincia l’avventura parigina. Euforico, ed ebbro di curiosità, passa le serate nelle taverne assieme ad altri studenti, inseguendo le verità propinate da Aristotele, leggendo poesie e danzando finché non vengono sbattuti fuori ormai a notte inoltrata. In una di quelle notti, trova e cura quello che sarà il suo primo gatto. Un incontro fortuito, quello con l’animale? No, una cosa voluta e programmata dal destino, che porterà il pittore ad un altro incontro, quello più importante della sua vita... Théodore de Bry nasce a Liegi e vive a Francoforte, ma a causa della sua adesione alla confessione luterana è costretto a fuggire, passando per Anversa, Londra e Francoforte. Nel ritratto che lui fece di se stesso, possiamo intuire che fosse duro e deciso, come testimoniano la sua bocca stretta e gli occhi da pennuto. Fu un bravo incisore e il prestigio arrivò per lui nel periodo di Francoforte, quando riuscì ad aprire una bottega a conduzione familiare. È suo padre a tramandargli l’arte orafa, il quale preme per affidargli le redini della sua bottega, mentre il giovane – che passa tutto il tempo rinchiuso nei laboratori vicini al pont des Arches – progetta di andarsene da Liegi per fare esperienze nuove e seguire e imparare nuove tecniche artistiche. C'è anche chi afferma che il suo voler andare via da Liegi sia legato alla fervida attività legata alla nuova fede...

In un’affascinante mescolanza tra finzione narrativa e realtà storica, le esistenze di tre artisti francesi cosiddetti “minori”, si sfiorano nella Francia della seconda metà del 1500, nell'epoca buia e crudele delle persecuzioni religiose perpetrate dai cattolici spagnoli a danno dei seguaci della religione protestante. Accomunati dalla fede calvinista, dotati dello straordinario dono di saper dipingere, con la loro arte i tre protagonisti di questo trittico, hanno testimoniato l'oscurità di quel periodo (particolarmente famoso è il dipinto di Dubois che rappresenta la strage di San Bartolomeo, avvenuta a Parigi nella notte tra il 23 e il 24 agosto 1572, in cui perse la vita anche la sua adorata moglie Ysabeau) nel tentativo, alquanto vano, di elaborare quel lutto, di superare il dolore e dimenticare il disprezzo abbattutosi su chi è stato considerato come inferiore e traditore. La prevaricazione degli uomini su altri uomini, l'arroganza di chi si erge a essere superiore, supportato - a suo dire – dalla figura di un Dio, che se veramente esistito non si può credere sia stato il garante di tanto orrore: un tema questo che interessa il passato, così come il presente e il futuro, almeno fino a che l'uomo non deciderà di collocarsi al di sopra di qualsiasi manipolazione religiosa. Ma un altro sterminio si affianca a quello che si consuma inesorabile sul suolo europeo, perché la fine del sedicesimo secolo significa anche la straordinaria scoperta del Nuovo Mondo, evento considerato dall'autore (una considerazione condivisa da molti) come una sorta di scempio culturale: attraverso minuziose e “colorate” descrizioni, veniamo a conoscenza di usi e costumi di un popolo - gli Indios dell'America Latina – il cui animo non conosce né avidità né pregiudizio, in un esistenza condotta in assoluta simbiosi con le forze della natura; così come assistiamo alla sua estinzione per mano dei soliti, avidi spagnoli arrivati a “evangelizzare” i cosiddetti selvaggi. Dei tre protagonisti del romanzo, solo Jacques Le Moyne – unitosi alla spedizione ugonotta nelle nuove terre capitanata da René Laudonnière - avrà il privilegio di conoscere di persona gli indigeni, restandone talmente affascinato da permettergli addirittura di dipingere il proprio corpo: il “pittore degli Indios”, così Le Moyne veniva chiamato nei circoli artistici di Parigi. Dall'estrazione dei colori al misterioso simbolismo, il pittore considerava l'arte del tatuaggio qualcosa di elevato, qualcosa che solo degli individui superiori potevano eseguire. Pablo Montoya, colombiano, è un esponente di spicco della narrativa latino americana, molto apprezzato e insignito di premi importanti che prima di lui sono stati assegnati a scrittori del calibro di Gabriel García Márquez e Roberto Bolaňo; si evince in lui una profonda conoscenza della storia del proprio popolo e una grande passione per l'arte, attraverso la quale veicola le sue riflessioni alternandole ai fatti. La sua è una scrittura raffinata, elegante, il linguaggio ricercato ma non pesante: è spiazzante, e anche divertente a tratti, imbattersi in espressioni crude e dirette, che interrompono di botto la vena poetica di cui il suo trittico è impregnato. Ed è proprio questa sua vena ad attirare il lettore verso un libro che non può contare sicuramente su un plot avvincente (non nel senso canonico del termine almeno), trattandosi più di una sorta di minuzioso documento storico. Di una bellezza sicuramente indiscutibile.



 

 

 

 
 
 
 

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