Tropico del Cancro

Tropico del Cancro
Henry guadagna poco facendo il correttore di bozze precario e scrivendo articoli se capita, ma è felice di vivere a Villa Borghese, da Boris. Certo non è New York, dove se n’è tornata sua moglie Mona e dove la vita, e il corso delle cose, sono più veloci e immediati. Parigi è Parigi, eterna più di Roma e davvero caput mundi. È quella città in cui pochi anni prima hanno vissuto il loro “pellegrinaggio” artisti come Gauguin e Van Gogh, così Hendri, come lo chiamano i suoi amici indù, girando per Parigi sente di vivere in una realtà urbana diversa da qualsiasi altra: New York l’ha cantata Walt Whitman ma a New York non è sepolto Napoleone, per dire. Siccome non ha nulla da fare perché deve scrivere l’ultimo libro, insomma un qualcosa di superiore e definitivo che comunque non sarà un libro perché niente ormai vale la pena di essere scritto, va a trovare lui e tutti les invalides che insieme a Bonaparte hanno combattuto, e sono morti. Una sfioratina ai muri del cimitero, il pasto rimediato ogni giorno a casa di un ospite diverso, un amplesso con Tania o un’altra prostituta: ecco che la vita passa più o meno piena nella freschezza della scoperta e nella puzza della miseria...
Il primo stupendo romanzo autobiografico dell’americano Henry Miller (1890-1981) è stato pubblicato prima in Francia nel 1934 e negli Stati Uniti solo nel 1961 per motivi di censura: in Italia è stato tradotto dal grande Luciano Bianciardi ed è il gemello parallelo di Tropico del Capricorno, in cui lo scrittore rievoca la propria infanzia newyorchese. Con uno stile schietto e diretto Miller scrive un libro apparentemente senza trama ma denso di piccole circostanze che accadono ai molti personaggi (emigrati, artisti, puttane) che frequenta il protagonista, avvenimenti quotidiani intervallati da interessanti opinioni su intellettuali come Papini e artisti come Matisse, in una Parigi surreale e meravigliosa. L’accusa di pornografia che lo ha colpito è stata una condanna anche per quella letteratura che non ha alcuna retorica romantica, né decadente, né futurista, e dimostra piuttosto bene la volontà di nascondere agli americani – che allora avevano ancora un certo mito dell’Europa – le condizioni reali di una metropoli come Parigi nel 1928, poco prima della grande crisi che avrebbe travolto la loro economia e molti dei loro sogni.

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