Tu l’hai detto

Tu l’hai detto

Sylvia Plath è una giovane scrittrice americana, morta suicida giovanissima (nel 1963). Suo marito, Ted Hughes, prova a rimettere insieme i cocci d’un amore – il loro – tragico (la triste favola d’una volpe e d’una lepre) ripercorrendo le tappe della loro esistenza insieme, dei loro problemi, della loro comune passione per la scrittura (“il desiderio di scrivere […] equivaleva a quello di vivere, l’uno non poteva esistere senza l’altro”): racconta la sua verità, un po’ discolpandosi e un po’ comunque indagandosi. “Lei era un’ampolla odorosa piena di veleno”, o ancora: “Più il vero sé è pericoloso, più raffinate sono le maschere…” Ted racconta – il suo è prima di tutto uno sfogo, una liberazione – l’altro volto di Sylvia, e lo fa svelando in primis la sua scrittura, quella nata da “un’anima di vetro” frantumata dai demoni, che cerca la propria voce, mascherandola dietro parole ornamentali e dietro il proprio stesso vissuto: “Sylvia non aveva fantasia […], ogni immagine l’aveva pagata con l’esperienza”…

Connie Palmen, un nome di spicco della letteratura olandese, ricostruisce la vicenda esistenziale e artistica di Sylvia Plath immaginando che l’io narrante sia Ted, il marito della donna, desideroso di raccontare, quasi di urlare, “la sua versione dei ricordi (perché sia vera a tutti i costi)”, per dirla à la Gabbani. Una scrittrice che scrive di due scrittori, o meglio: d’uno scrittore-marito che racconta d’una scrittrice-moglie. Il fuoco sacro dell’arte, del sentimento vagliato, spolpato, disossato all’ennesima potenza, la fa, quindi, da padrone. L’autrice sa di cosa parla: conosce le contraddizioni della scrittura, della vita. Rende il tormento, la potenza distruttiva del genio – del tutto indecifrabile ai più –, la folle superbia d’una donna che, da bambina, aveva scritto di voler essere Dio. Delinea l’instabilità dovuta all’inafferrabilità della perfezione delle proprie aspettative, dell’immagine di sé a cui, spesso, si fa fatica a corrispondere. La voce di Ted è lucida, resa nitida dal tempo. La loro, quella di sua moglie, era in fondo come una trama già scritta, che lasciava già, qui e lì, gli indizi d’un finale difficile da accettare, ma preannunciato come in quegli stessi sogni “profetici” di Ted. Verità della coppia e immaginazione della scrittrice si fondono, non si distinguono, perché la storia non è di chi la scrive, ma è essa stessa che, autorevole, vive e si detta: perché sei Tu, storia, che l’hai detto



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