Tucidide – La menzogna, la colpa, l’esilio

Tucidide – La menzogna, la colpa, l’esilio

Tucidide, aristocratico di nascita, durante la Guerra del Peloponneso che vide Atene e Sparta scontrarsi duramente dal 431 al 404 a.C. fu eletto stratego e partecipò a molte campagne militari. In Tracia, nord della Grecia, oltre a grossi interessi economici a Skáptē Hýlē come l’appalto delle miniere d’oro del Pangeo, aveva importanti rapporti politici; nel 424 era appunto stratego ad Amfipoli, ma era a capo della flotta che pattugliava la costa antistante con base nell’isola di Taso. Il vero difensore-protettore (φύλαξ τού χωρίου) dell’importante città sotto il protettorato ateniese era invece il collega Eukles. Da sei anni Atene e Sparta conducevano una guerra di posizione, soprattutto perché Sparta, inadeguata a reggere uno scontro navale con Atene, procedeva con una devastazione metodica delle campagne ateniesi. Quell’anno però Brasida, audace comandante spartano, osò un attacco diretto alla roccaforte ateniese in Tracia, forte di una azione propagandistica che aveva spinto Amfipoli alla defezione. Quando Eukles si ritrovò lo spartano alle porte richiamò immediatamente Tucidide in aiuto, ma il tempo non fu sufficiente e Amfipoli andò perduta. Tucidide riuscì a salvare eroicamente l’importantissimo porto della città, Eione. Tuttavia da questo episodio tutta la storiografia ha cominciato porsi delle domande finendo per creare un enorme equivoco a proposito di quella che i moderni hanno definito Schuldfrage, la “questione della responsabilità”. La grave perdita di Amfipoli costò davvero a Tucidide l’esilio ultraventennale in Tracia? E allora, se per lui il lavoro dello storico autentico coincide con il vedere, ascoltare e raccontare, come avrebbe potuto parlare della Guerra del Peloponneso con tanta esattezza, come avrebbe saputo riferire i discorsi come li avesse ascoltati in prima persona, nel caso si fosse trovato davvero in esilio in Tracia? Come avrebbe potuto raccontare, ad esempio, con la precisione di un testimone oculare la spedizione ateniese in Sicilia del 415-413? Ma allora come mai nel libro V, nel cosiddetto Secondo Proemio, lo stesso Tucidide parla di esilio?

Chiunque segua lo storico e filologo Luciano Canfora attraverso i suoi libri o abbia avuto la fortuna inestimabile di seguire le sue lezioni universitarie sa benissimo che la Guerra del Peloponneso, la democrazia ateniese e Tucidide sono i “cavalli di battaglia” di questo studioso straordinario. Il suo primo lavoro dedicato allo storico greco, Tucidide continuato, risale a quarant’anni fa, al 1970, e nella sua corposa bibliografia certamente più di altri quattro titoli lo riguardano; come ha dichiarato in una intervista si è appassionato al personaggio “da studioso” nel 1969 , ma “da lettore ben prima”. Uno dei motivi all’origine di questa passione sta in questa affermazione importante:”(Tucidide) Era un revisionista della leggenda democratica ateniese e mi ha influenzato nel prendere sempre le distanze dalle leggende. Soprattutto da quelle considerate sacre”. Nel Congedo di questo ultimo lavoro, attento puntuale filologicamente ineccepibile eppure in molti luoghi appassionante come un mistero da inseguire attraverso i meandri del tempo, della storia e delle parole, Canfora dice di aver voluto finalmente sgombrare e risolvere le “aporie” della biografia tucididea e – per citare ancora una intervista –, parafrasando il sottotitolo, che “ L’esilio è un mito, la menzogna (ndr. alcuni storici accusano Tucidide di aver deliberatamente mentito in alcune circostanze) è una diagnosi moderna, la colpa dunque non c’è”. Tenendo come faro l’intento programmatico di Tucidide storico e politico – come già detto raccontare fatti e discorsi così come li ha visti e ascoltati – il lavoro di Luciano Canfora prosegue a confermare la sua tesi attraverso l’attenta analisi filologica e stilistica dei testi, soprattutto quelli che si presume parlino di questo fantomatico esilio, risolvendo gli “equivoci” della storiografia. Ad esempio quello rappresentato da uno scolio alle Vespe di Aristofane che parlerebbe semplicemente di un omonimo, e soprattutto quello del cosiddetto Secondo Proemio (La Guerra del Peloponneso V,26) del quale sostiene che la corretta attribuzione appartenga a Senofonte, redattore dell’opera tucididea, che davvero fu esule e scrisse dall’esilio dopo essersi compromesso pesantemente con i Trenta e con i Dieci durante la guerra civile del 404-403. È noto infatti che la storia di Tucidide si ferma al 411, l’anno del colpo di stato che condusse poi al governo dei Trenta Tiranni, lì dove i primi due libri delle Elleniche (I-II,3,10) di Senofonte continuano il racconto proprio da quel punto; le prove filologiche sono esplicite e la tesi canforiana è ormai in tutte le storie della letteratura greca: si tratterebbe proprio degli appunti di Tucidide finiti (rubati?), non si sa bene come, nelle mani di Senofonte. Non è affascinante tutto questo? Certo, forse non sempre è una lettura facilissima ma se a raccontare questa storia è Luciano Canfora l’incanto è inevitabile. E poi, come scrive a conclusione del lavoro tra le Appendici e l’accurata bibliografia, “La mossa meno intelligente che si può fare – di fronte a questa selva di aporie […]- è di rinunziare a capire”. Come dargli torto.



 

 

 

 
 
 
 

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