Tutta la bellezza deve morire

Tutta la bellezza deve morire
Estate 1996. Il paesaggio della costiera amalfitana appare come sospeso nell’atmosfera rarefatta tipica delle giornate canicolari. Uno scenario naturale di arroventata bellezza che ha tuttavia un sottofondo di cupa inquietudine, al quale un gruppo di giovani amici tenta invano di sottrarsi. Qui ogni giorno Pier, Dario, Liv, Silvia, Luca e Alessia cercano scampo dalla bellezza accanto a cui sono condannati a vivere e da quella che sentono esplodere involontaria nei propri corpi, tuffandosi nel ventre liquido e avvolgente del mare o in quello denso e rumoroso dei pub, consumando con disfatta concretezza superalcolici ed esperienze erotiche. Mentre Ezra proprio in quei luoghi ricerca le tracce del passaggio della figlia Sara, dopo essere stato informato della sua morte. Il resto della giornata Pier, devoto lettore delle poesia di Rimbaud, la trascorre appollaiato su un vecchio muretto di tufo da cui riesce a osservare, di nascosto, ciò che accade all’interno dell’abitazione di Francesca. Una ragazzina diciassettenne con cui da un anno ormai fa sesso in ogni posizione, che ogni tanto ama far perdere le proprie tracce senza una ragione apparente e che forse lo tradisce proprio con Dario il suo miglior amico…    
In Tutta la bellezza deve morire Luigi Pingitore – scrittore, poeta, sceneggiatore e regista - cede la parola a un gruppo di ragazzi che ci appaiono come schiacciati dal disincanto bruciante di una bellezza che corrode l’entusiasmo e produce l’anarchia dei sentimenti e di un anziano genitore alle prese con un sofferto percorso di espiazione. Questa è la dimensione tematica del libro, un ambito esistenziale in cui l’autore napoletano, nel corso di una sola estate, perlustra le pulsioni e i patemi giovanili, la visione del sesso come lo vivono gli adolescenti, intreccia biografie e rapporti interpersonali, staglia situazioni quotidiane contro lo sfondo immobile della costa amalfitana. L’atmosfera è quella di un tempo e di un luogo che inducono desiderio e timore per la vita, nel rituale infinito di un dolore da pacificare. La vena narrativa di Luigi Pingitore riesce a modellare il linguaggio all’unisono con le sensazioni che descrive e si dispiega lungo il tragitto scorrendo in maniera sinuosa e irregolare. Il procedere apparentemente casuale, gli incastri inusitati che fanno percepire sempre e con chiarezza lo squarcio del momento cruciale restano il contrassegno essenziale di uno stile che apprezziamo e da cui ci attendiamo ulteriori conferme. Se state già pensando a un buon libro da leggere durante le vacanze natalizie, ci permettiamo di consigliarvelo. 

 

 

 

 
 
 
 
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