Tutta la luce del mondo

Tutta la luce del mondo
Lo stupore è la chiave di lettura del Medioevo. I miracoli e l’eterna lotta tra bene e male abbracciavano ogni frammento di realtà, impollinando occhi di uomini avidi di meraviglia. L’uomo era immagine di Dio e il creato rifletteva i palpiti celesti della fede nell’Altissimo. Il potere immaginifico travalicava qualsiasi barriera e la morte non atterriva minimamente il buon cristiano. La speranza nel giudizio severo ma giusto di Dio alimentava la fede degli uomini che si agitavano in qua e in là sulla terra, una madre prepotente ma generosa. In questo apparente caos tutto rimandava  a qualcosa di superiore e trascendente: il respiro vitale di Dio, l’infinitamente misericordioso. E ad esso si contrapponeva l’infinitamente malvagio, il Diavolo precipitato nel ventre più scuro della terra, sempre pronto a far allontanare dal gregge qualche pecorella con le sue parole ammalianti e venefiche. Vassalli, mercanti, fedeli, eretici, santi, monaci e contadini; sono tutti disposti su una perpetua scacchiera incastonata tra il tempo e lo spazio, in perfetto equilibrio tra umano e divino…
Tutta la luce del mondo, ovvero vita, morte e miracoli di Giovanni di Pietro Bernardone, noto ai più come San Francesco d’Assisi, religioso, poeta, jullare e rivoluzionario. Aldo Nove, ispirato da un autografo francescano che esordiva con le parole “Ego Franciscus, idiota et illitteratus”, decide di raccontare le vicende del patrono d’Italia attraverso gli occhi pieni di meraviglia del giovane Piccardo, un nipote realmente esistito del santo di Assisi. La scelta si rivela vincente sia perché si è evitata l’elefantiasi del testo che una trattazione maggiormente agiografica non avrebbe potuto in alcun modo evitare, sia perché il punto di vista del fanciullo è il più adatto per comprendere appieno questo periodo storico meraviglioso e stupefacente. Si tratta infatti del medioevo dei bestiari, testi che racchiudevano descrizioni e illustrazioni di animali reali e immaginari, vero e proprio carburante per l’immaginazione di un bambino come Piccardo,  ma è anche il medioevo delle prime scoperte “scientifiche”  e delle corporazioni, dei primissimi vagiti della lingua italiana e di una nuova classe sociale che, a poco a poco, si stava facendo largo tra le maglie chiuse del sistema di produzione feudale: la borghesia. Ecco, Francesco originariamente era un borghese, il figlio di un ricco mercante di stoffe, che trascorreva il suo tempo con gli amici, mangiando e bevendo. A un tratto lo scandalo, la follia e il disonore. Il figlio di Pietro di Bernardone aveva iniziato a vestire di stracci e predicare l’amore in umiltà e povertà scatenando l’ilarità dei più e infiammando di vergogna l’animo dei suoi familiari. Qualcuno però iniziava a seguirlo, stregato dalla limpida chiarezza dell’amore predicato da quell’ometto nero come un corvo, un rivoluzionario senz’armi destinato a gloria sempiterna. L’autore, con occhio laico e  genuinamente rispettoso, celebra lo spessore umano di Francesco e lo fa con la grazia di un bardo, ricostruendo con fiabesco incanto un periodo storico tutt’altro che buio, ma anzi multiforme e policromo, al pari delle vetrate delle cattedrali che si andavano edificando per testimoniare la grandezza di Dio e lo sviluppo tecnico e sociale dei (ri)nascenti agglomerati urbani.

Leggi l'intervista a Aldo Nove

 

 

 

 
 
 
 
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