Tutte le volte che ho pianto

Tutte le volte che ho pianto
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Flora ha trentasei anni, una figlia che ama più della sua vita, un ex marito che ha amato sin da ragazzina e che ha lasciato dopo l’ennesimo suo tradimento, una madre ancora sofferente per la tragica perdita dell’amato consorte e un bar da gestire nella sua bella Messina. Una donna di forti sentimenti che ancora si emoziona di fronte alle foto di famiglia e a quelle che la ritraggono bambina, tra le braccia protettive di sua madre. Sente ancora il cuore ballerino tutte le volte che Antonio, il suo ex, la chiama o le fa un regalo: la loro separazione fa soffrire Bianca, sua figlia, che vorrebbe vedere la famiglia unita, e questo a Flora fa tremendamente male. In realtà la donna, in cuor suo, ha chiuso con gli uomini e non se la sente più di rischiare: in fondo sono tutti uguali. Non si stupisce quando un giorno, uno come tanti, entra nel bar un tipo attraente, con il suo cane e un paio di Ray-Ban; un uomo mai visto prima, che sembra voglia fare lo spaccone. Quello che è strano, però, è che quel tipo, quando se ne va, la saluta chiamandola per nome. Ecco, dunque, che nella testa di Flora iniziano a crearsi mille congetture; ecco che la sua mente viene rapita dai “perché” e dai “chi è”. Nel frattempo, una ragazza che occupa uno dei tavoli parla al telefono e piange, distraendo Flora dai suoi pensieri. La barista si immedesima così in tutte le donne che soffrono: ricorda tutto quello che ha fatto per tenersi Antonio, quanto ha lottato. Ne è valsa la pena? Sì, perché oggi può dirsi una donna più forte e decisamente più matura. La perdita di Antonio e la morte di suo padre non sono gli unici dolori che hanno afflitto la vita di Flora. La donna non può dimenticare Giovanna, quella sorella tanto bella che voleva fare l’attrice, morta in un tragico incidente stradale. Ricorda ancora il suo profumo, i suoi capelli, la complicità con quella ragazza strappata alla vita troppo presto. Quando Bianca ha palesato la volontà di diventare attrice, Flora non ha potuto fare a meno di metterla in guardia su tutti i pericoli e le difficoltà che una simile scelta avrebbe potuto comportare. La vita va comunque avanti, e quella del bar è davvero frenetica: ecco nuovamente lo strambo cliente, ecco il suo cane, e Flora si emoziona, lei che di uomini non vuole sentir parlare, ma quel tipo è davvero stuzzicante. Meglio lasciar perdere, pensa la donna, che un giorno, però, si ritrova tra le braccia un bellissimo mazzo di fiori, con un bigliettino che non lascia adito a dubbi. Glieli ha mandati quel tipo che si firma L. e Flora ha paura ad ammettere di esserne felice…

Tutte le volte che ho pianto, il nuovo romanzo di Catena Fiorello, vede come protagonista una donna che riprende in mano la sua vita, dopo la separazione da Antonio, quel marito che l’ha sempre tradita; uomo immaturo, dal quale inconsapevolmente si è lasciata gestire. Riscopre sé stessa Flora, tenendo a bada le sue sofferenze e i suoi dolori, tentando di ricostruire la sua esistenza anche dal punto di vista professionale, con l’apertura del bar dove lavora con Mauro, una persona dolce e amorevole. Sarà proprio il bar a farle conoscere Leo, il regista che farà breccia nel suo cuore e in quell’animo spezzato dalle delusioni, intorno al quale Flora ha voluto costruire un muro, una sorta di protezione. Una donna, comune quella descritta da Catena Fiorello; una figura nella quale riconoscersi e un personaggio che presenta l’amore sotto le sue svariate forme. Flora parla dell’amore per la figlia, narra dei sentimenti per il suo ex, al quale comunque continua a voler bene; narra del bene per una madre che si sta lentamente spegnendo e di quello per una sorella che non c’è più. Bella l’idea dell’autrice di consegnare al lettore, ancora una volta, come in altri suoi precedenti romanzi, un personaggio femminile alla scoperta di sé stesso; forte anche senza la presenza di un uomo a sostenerla nella quotidianità e dal punto di vista professionale ed economico. Peccato che il tutto venga presentato con un stile narrativo che a tratti rasenta la banalità, la cui apprezzabile regolatezza sfocia in una troneggiante ovvietà. Peccato che i personaggi siano così poco delineati e che il contenuto della trama, che vuole essere un inno alla libertà e alla forza delle donne, venga spesso schiacciato dai contorni rosa intenso che la narrazione assume. Peccato che i pensieri di Flora vengano presentati come fastidiose elucubrazioni, che spengono ogni spessore e spontaneità. Si cerca di cogliere, quindi, quello che di buono c’è in questo romanzo di Catena Fiorello, celebrando tutte quelle donne che ce la fanno, nonostante tutto e nonostante tutti.



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