Tutti i giovani tristi

In America, durante il “decennio folle (1920-1930)”, si svolgono le vite di alcuni “giovani tristi”. I primi sono due trentenni. Uno, ricco e stimato, affoga nell’alcol la sua incapacità di vivere una vita sentimentale appagata e il suo timore degli anni che passano. L’altro, di umili origini, ma che è riuscito a fare carriera e a diventare ricchissimo, si dispera perché non riesce a conquistare la donna che ama e vede volare via i suoi sogni. Poi c’è un uomo, un trentottenne, che si sente vecchio e si aggrappa morbosamente alla sua bambina di tre anni, nell’illusione di ancorarsi alla giovinezza. E ancora, c’è un bambino di undici anni che si dibatte tra la sua gioia di vivere e un ambiente familiare bigotto e dominato da fanatici convincimenti religiosi. E c’è un uomo che per conquistare la donna che ama, una donna ricca, emancipata e annoiata, decide di mostrarle una finta realtà. Ecco poi due coppie. In una, una moglie annoiata e disillusa e un marito oppresso da quella noia vengono assistiti da uno stravagante medico che ha il compito di riportare la pace. Nell’altra, un marito trascorre le sue giornate cercando di assecondare le esigenze della sua sposa, ma nel farlo si ritrova a pensare che la vita gli appare “meno bella, meno affascinante”. E infine ci sono due uomini. Un ingegnere che deve fare i conti con un amore difficile, con molte difficoltà economiche e con la giovinezza che passa. E un grafico pubblicitario che narcotizza la moglie per non essere distratto da lei durante la realizzazione del lavoro più importante della sua vita, quello che gli consentirebbe di realizzare i suoi sogni di gloria e ricchezza…
Tutti i giovani tristi, terza raccolta di racconti di Francis Scott Fitzgerald, è un proiettile perforante esploso da un cecchino di professione. La complessa semplicità delle storie (i racconti nascono dall’attenzione che Fitzgerald dà – e qui sono perfette le parole usate da Nicola Manuppelli nella postfazione del libro – “agli young men che stanno diventando uomini, che hanno un velo di tristezza, che vedono sfuggir loro il sogno dalle mani come sabbia, che hanno a che fare per la prima volta con i debiti, i figli, le difficoltà economiche”. Giovani uomini la cui “tristezza è dettata dall’aver perso la capacità di sognare”) e la linearità incisiva e tagliente usata per trattarle bucano le viscere da parte a parte e le fanno traballare. Così l’angoscia, l’incertezza, il rimpianto, la malinconia e il timore, che trivellano nell’intimo i protagonisti e che impediscono loro ogni forma di appagamento, abbandonano le pagine, smettono le vesti della finzione e fanno capolino tra le pieghe della realtà. Diventano sensazioni vivide che asfissiano, che generano trasporto e che suscitano, in chi legge, la compassione, intesa nel suo intimo significato di compartecipazione, dimostrandosi, questa raccolta, “un unico libro su una generazione, sui sogni di quella generazione e […] sulle molte connessioni che essi hanno coi nostri sogni e con quelli di ogni altra epoca, quando si giunge sulla linea d’ombra […], l’ultimo fotogramma della giovinezza. Quando nulla è cambiato, anche se tutto sembra cambiato” – così l’ottimo Nicola Manuppelli. E allora ci si accorge che questi racconti, che hanno per protagonisti uomini comuni e che urlano uno smarrimento che potrebbe essere il grido desolante di un qualunque essere umano, e perciò anche il nostro, ci si stagliano addosso come fa l’alba con l’Est o il tramonto con l’Ovest. Così, naturalmente.

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