Tutti i racconti 1956-1962

Tutti i racconti 1956-1962
Un negozio di fiori che cantano; un corto-circuito temporale; una Terra del futuro interamente coperta da strati e strati di abitazioni, nella quale si è persa persino la memoria dello spazio aperto; un'operazione chirurgica che elimina la necessità di dormire; un misterioso monumento su un planetoide remoto e desertico; un uomo col potere di causare la morte altrui solo immaginandola; una società nella quale misurare il tempo è considerato un reato gravissimo; una Terra senza più acqua, abbandonata dai suoi abitanti; un'altra dove la popolazione è cresciuta talmente che si vive in cubicoli di quattro metri quadri, etc. etc. Sogni, incubi e visioni di uno dei maestri della narrativa breve del '900 in ventotto racconti a sfondo fantastico...
Prima delle tre antologie che l'editore Fanucci ha dedicato ai racconti di James G. Ballard, seguendo passo passo la carriera e l'evoluzione di questo gigante della letteratura fantastica e non. Tra il 1956 ed il 1962 si collocano le prime pubblicazioni di Ballard (sostanzialmente tutte su riviste sci-fi, soprattutto "Science Fantasy" e la rivoluzionaria "New Worlds", entrambe stampate da Ted Carnell, vero boss della fantascienza d'Oltremanica): si è appena sposato, ha circa trent'anni, non ha un lavoro stabile (fu proprio Carnell a trovargliene uno come redattore di una rivista scientifica), e quindi la sua vita e tutt'altro che ricca di certezze. Ma questo non gli impedisce di essere uno scrittore - se non proprio maturo - almeno già formato nelle sue peculiarità. La scrittura di Ballard, per quanto riguarda le storie brevi ma anche i romanzi, eccezion fatta per l'autobiografico L'Impero del Sole, dal quale Spielberg ha tratto un film non indimenticabile, è sempre in bilico tra due gusti, due scuole, due stili: la science-fiction più ironica, sorprendente e profetica (nella migliore tradizione dei grandi visionari del dopoguerra) ed una strana fantasy modernista lieve, color pastello, che ricorda a tratti un Jack Vance decisamente meno esotico e creativo ma più profondamente ironico e ancorato al sociale. In Tutti i racconti 1956-1962 troviamo entrambe le cose: brillanti squarci di futuro, di mondi autodistrutti, di culture deliranti (assolutamente da segnalare gli splendidi "Città di concentramento", "Cronopolis", "Billennio" e l'inquietante "Cubicolo 69", che suona drammaticamente profetico in queste settimane dopo la messa in commercio del modafinil, un farmaco che inibisce del tutto il bisogno di dormire e che ha scatenato un dibattito feroce tra medici e sociologi di tutto il mondo) ma anche i primi passi di quello che poi diverrà il Ciclo di Vermilion Sands, forse l'opera più nota dello scrittore cino-inglese, raccolta in volume nei primi anni '70. Una serie di racconti surreali, molto attenti ai temi delle arti figurative e della musica, nei quali improbabili e simpatici artisti hanno bislacche avventure in una sorta di buen ritiro dalla flora e fauna incredibile, dove le leggi fisiche sembrano essere momentaneamente sospese. Fatte salve le accuse di maschilismo che da sempre accompagnano Ballard (i suoi personaggi femminili in effetti sono più che spesso capricciosi, doppi, al limite dell'insopportabile) rimane il piacere della sua scrittura limpida ed elegante, tanto trasparente da permettere di vedere tra le righe il trauma nascosto nel cuore, nel nucleo pulsante profondo della fantasia di Ballard dopo la sua terribile, avventurosa infanzia. Uno straniamento, una paura dell'abbandono che l'autore sublima con uno sguardo preoccupato, terrorizzato, lungimirante suo malgrado. Proprio come l'Abel di "Tredici verso Centauro", uno dei più interessanti racconti della raccolta, anche se ne farebbe volentieri a meno (ma in realtà non si negherebbe mai il piacere ed il dolore di NON farne a meno), Ballard scava una feritoia e guarda fuori, nel buio. E pensa, pensa.

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