In tutti i sensi come l’amore

In tutti i sensi come l’amore
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Una donna e sua figlia, sole, in viaggio lungo la costiera toscana. Un agosto nero, foriero di temporali e premessa autunnale, coi colori dell’estate che stanno sbiadendo. Si spostano di paese in paese, di spiaggia in spiaggia, di stanza in stanza. La bambina raccoglie conchiglie dentro una busta gialla, la madre la osserva da lontano. Pensa, immagina, di vederla annegare, di separarsene, di volerlo fare. Anche queste visioni, distanti o terribili, forse fanno parte dell’amore suo per lei… Da mesi, l’uomo vive in una stanza d’ospedale. Una malattia lo sta consumando. Dalla sua camera, vede il mondo che fuori sempre scorre. Nei ricordi, una ragazza mai davvero conosciuta. Una vicina, che di sfuggita ha osservato. Le scrive lettere che forse lei non leggerà o alle quali non risponderà. Invece, un pomeriggio, la sua sagoma compare sulla soglia della camera… Qual è la forma dell’amore? Quella di un profilo sinuoso e sensuale? Quella di un dettaglio? Di occhi, labbra, dita che suonano una musica potente? O può vivere dentro un corpo rimpicciolito, piegato dalla malattia? Il musicista ha scoperto che la moglie raccoglie di nascosto fotografie di lui, della sua metamorfosi nel corso degli anni. Si domanda, allora, che forma abbia l’amore di lei per lui. Dove risieda, cosa di lui la attragga. Cosa di lui veda. Poiché lei lo ama. E quelle fotografie sono una gabbia per i suoi occhi, un’inutile dimostrazione scientifica di un sentimento autentico… Tutto è cominciato da una fotografia fatta alla madre dormiente. Nei suoi tratti, una duplice visione: quella del riposo di una donna e quella del suo corpo già morto. E poi è successo. Il bisogno di aprire quel loculo e fotografare la ragazza, da poco defunta. Immortalarne il volto, il corpo, il candore freddo e perfetto dell’amore cristallizzato...

In tutti i sensi come l’amore, in tutti i sensi come la morte. Due facce di una stessa creatura, divina e diabolica, santa e criminale allo stesso tempo. Partendo da una citazione della poetessa giapponese Shinkawa Kazue, i tredici racconti di Simona Vinci esplorano, eviscerano il corpo umano e spirituale dell’amore che, per sua natura, ha a che fare anche con la morte. Racconti spesso duri, di donne e uomini che affrontano le proprie esistenze con uno stridore doloroso simile a quello delle unghie sulla lavagna. Un suono inevitabile, perché in tutti i sensi si trova l’amore, nel tatto, nel gusto, nell’olfatto, e spesso questo sentimento tanto declamato non ha il viso dolce che ci immaginiamo. Per definirlo bisogna anche soffrire e, a volte, ammettere l’orrore e la morbosità, contemplare la deformità. Alcuni racconti, più di altri, colpiscono allo stomaco e alla testa. Facile, per chi ama la musica, capire chi sia quel M.P. al quale il racconto Fotografie è dedicato. Simona Vinci cattura situazioni, con una lama le incide e le toglie dall’insieme e ce le espone sul tavolo, che sia quello operatorio, il tavolaccio di una cucina o elegante di una sala da pranzo. Il suo concetto di amore non è proiettato nel futuro, ma registra il passato e lo elabora fino a un presente complesso. Questo è il tempo declinato dall’amore, questo è il pensiero risultante dalla lettura delle tredici storie che disturbano, fanno male, fanno bene, fanno pensare. Qualcosa di Carver, qualcosa di Vonnegut jr., spizzichi e bocconi e frammenti di autori capaci di ferire il lettore, di dare luce al lato oscuro di un sentimento luminoso come l’amore.



 

 

 

 
 
 
 

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