Tutti i soldi del mondo

Tutti i soldi del mondo

I soldi aiutano ed è meglio piangere in Rolls Royce che in un’utilitaria (o quantomeno è più comodo), ma è vero alla fine che non fanno la felicità. Perché quella non si può comprare. Anche se John Paul Getty ha sempre pensato di sì. Del resto ha comprato e compra di tutto. Aziende. Persone. Sesso. Opere d’arte (spesso di dubbia provenienza). Perché lui vuole avere tutto, perché solo gli oggetti non lo tradiscono. Non sono interessati. Non cambiano idea come gli esseri umani. Non parlano alle spalle. Non perdono valore, anzi, di solito lo aumentano con il passare del tempo. Hanno un prezzo: pagato quello sono tuoi. Si può contrattare, ma non ci sono brutte sorprese. Lui sa di che parla, è esperto: ha avuto cinque mogli… Il rapimento del nipote prediletto, quello che porta il suo nome, il terzo John Paul Getty, è una brutta notizia. Una sorpresa però no: con la vita sregolata che fa. Lui, come tutti gli altri, che non hanno ereditato la sua tempra e vogliono solo ereditare i suoi soldi. Il problema però è che invece in realtà è proprio perché hanno ereditato il suo atteggiamento di padrone del mondo che si trovano nei guai. Ma lui questo non è disposto ad ammetterlo. E quando arriva la telefonata dei rapitori, la sua prima risposta è no. E questo farà soffrire le pene dell’inferno a un ragazzo di soli sedici anni…

Edito per la prima volta ventitré anni fa col retorico ma azzeccato titolo Painfully Rich, Tutti i soldi del mondo di John Pearson, romanziere e biografo – persino di 007 – britannico, ha ispirato moltissimi prodotti filmici di stringente attualità. In particolare la pellicola ora nelle sale con Michelle Williams e Mark Wahlberg, in verità abbastanza imperfetta (il nipote di uno dei sequestratori l’ha bollata come storicamente tutta sbagliata: forse il giudizio di parte è un po’ troppo ingeneroso, ma certo c’è un mare di blooper talmente ridicoli che fanno pensare che evidentemente il problema dell’opera dell’ottuagenario Ridley Scott non fosse Kevin Spacey, sostituito assai ipocritamente all’ultimissimo secondo con Christopher Plummer perché si è scoperchiato il vaso di Pandora della sua arcinota omosessualità e dalla sua a quanto pare altrettanto arcinota propensione alla molestia), debole soprattutto proprio nella scrittura, ovvero nella sceneggiatura di David Scarpa. La prosa di Pearson invece è come ce la si aspetta: solida e piacevole, chiara, semplice, lineare, articolata, brillante, coinvolgente, precisa, puntuale, varia, sapida e ben caratterizzata, senza eccessi, quella di una biografia di stampo classico che però non ricostruisce solo vita e opere di una singola persona, ma di un clan – e quindi di un intero mondo – governato dall’ideologia del profitto a ogni costo e dal convincimento che tutto abbia un prezzo. Per questo su tutti i componenti per forza di cose incombono ossessioni, dipendenze e mali di ogni tipo, tanto che – è l’episodio più celebre della saga della ricchissima ma velenosissima famiglia – quando la ‘ndrangheta rapisce nel 1973 uno dei rampolli, l’allora sedicenne John Paul Getty III, padre dell’attore Balthazar e omonimo del capostipite, destinato a finire malissimo da ogni punto di vista, la prima reazione del patriarca plutocrate è quella di non pensare nemmeno lontanamente a sborsare un dollaro. Non manca però anche la speranza, incarnata dalle figure della famiglia che nonostante tutte le disgrazie (roba che nemmeno i Kennedy) hanno saputo riscattarsi e sfruttare la ricchezza (il nemico non è quella, ma la povertà, diceva del resto Olof Palme) per fare – e farsi – del bene.



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