Tutti ne tenevano uno

Tutti ne tenevano uno
Secondo il Dll n. 518 del 1945 è da considerarsi “partigiano combattente” colui che, facendo parte di una formazione partigiana, ha preso parte ad almeno tre operazioni armate. Viceversa chi - pur appartenendo a formazioni partigiane - non ha mai partecipato ad azioni militari, è considerato 'semplicemente' patriota. Questa militarizzazione della Resistenza ha portato negli anni ad un sempre  maggior scemare di interesse verso quella parte di opposizione civile non armata, che altrettanto valorosamente e drammaticamente ha saputo difendere le sorti dell'intero Paese, al punto di generare non poche incomprensioni, tensioni e perfino battaglie legali tra ex militanti, convinti a far valere i propri diritti morali ed economici. Un esempio importante e altamente rappresentativo di questo imponente esercito silenzioso e non violento è ben evidente nelle Marche, più precisamente nel fermano, lungo la vallata del fiume Tenna, dove, durante la Seconda guerra mondiale, dal campo di concentramento per prigionieri angloamericani denominato N. 59, tremila alleati riuscirono a fuggire disperdendosi tra i monti Sibillini e le campagne di Monte San Martino, affidando le proprie esistenze, per l'appunto, alla solidarietà, alla collaborazione, alla civiltà degli abitanti locali. E proprio attraverso le voci dei contadini dell'epoca, attraverso le loro storie toccanti, le loro drammatiche testimonianze, che abbiamo la possibilità di ascoltare in presa diretta il drammatico resoconto di quella resistenza 'a mani nude', senza armi, nei confronti del nazifascismo durante i biennio '43-'44...
Simona Corvaro, brillante e giovane scrittrice marchigiana, grazie alla preziosa collaborazione dell'Associazione Casa della Memoria Servigliano e partendo da una vicenda famigliare, dà alle stampe quella che era già stata la sua brillante tesi di laurea sulla Resistenza Civile al nazifascismo di alcuni contadini marchigiani, nel biennio '43-'44. E lo fa con una competenza, una precisione e dovizia documentaristica e con una trasporto passionale tale da riuscire a trascinare il lettore, quasi si trattasse di un romanzo storico e non di un saggio, attraverso le drammatiche vicende di coloro che rischiando in prima persona e guidati dal solo e profondo senso civico, furono capaci di aiutare - dando ospitalità, cibo, rifugi di fortuna o semplicemente solidarietà -, interi gruppi di prigionieri angloamericani fuggiti in massa da uno dei due capi di concentramento presenti nella zona del fermano. È brava la Corvaro a non imporre la propria voce su un argomento tanto delicato, a entrare in punta di piedi, utilizzando viceversa direttamente i racconti in prima persona dei protagonisti dell'epoca. Un modo non solo per riviere storie di (stra)ordinaria quotidianità contadina, ma per non dimenticare, senza facile retorica nei 150 anni dell'Unità d'Italia, valori quali la fratellanza, l'altruismo, la solidarietà, il senso civico, oggi così allegramente passati di moda.

 

 

 

 
 
 
 
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