Tutto deve accadere dentro di me

Tutto deve accadere dentro di me
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Nicolas De Staël (San Pietroburgo, 5 gennaio 1914 – Antibes, 16 marzo 1955) è un pittore russo naturalizzato francese, figlio di un barone russo baltico, della stessa famiglia del marito della celebre Madame de Staël, e di una pianista, trasferitisi in Polonia a seguito della Rivoluzione Bolscevica. Il 1936 è l’anno di un viaggio in Marocco fondamentale per l’artista: qui conosce Jeannine Guillou, anche lei pittrice, con la quale si stabilisce a viaggio terminato a Nizza. La “missione artistica” intrapresa in Nord Africa è sovvenzionata da Jean de Brouwen, collezionista belga che paga la trasferta del pittore in cambio dei quadri che lui dovrebbe dipingere durante il soggiorno e inviargli regolarmente. De Staël tuttavia non ha nessuna intenzione di soffocare nel commercio la ricerca della sua musa, l’inseguimento della folgorazione che deve ispirare i suoi lavori. La cerca, questa illuminazione, per i diversi villaggi del Marocco, a Fès, dove assiste ad un ricevimento del governatore, nel quale il bel cielo blu con nuvole leggere e bianche come le amava Veronese si mescola ai soldati e cacciatori d’Africa che popolano la città vecchia e i suk; rincorre la pittura nei palazzi, bastioni, nella seta blu, rossa e bianca sventolata dagli Arabi, nelle centosessanta moschee. Di questo nutre il suo estro l’artista, come della naturale eleganza delle vesti e delle andature, dei cavalli purosangue. Assiste di passaggio ad un funerale nel quale la terra bruna si accende con i tessuti colorati che accompagnano il defunto, prima di raggiungere Mellah, il quartiere ebraico. Raggiunge poi Marrakesh e i giardini prodigiosi, innamorato di quel Marocco tanto bello che bisognerebbe costruirci un’accademia di pittura, tutto gli è funzionale alla elaborazione di una pittura cercata, evocata, non fuori ma dentro di sé…

Nicolas de Staël è un personaggio non troppo noto della storia dell’arte internazionale. La sua parabola artistica e personale rappresenta tuttavia un interessante spunto di riflessione. Scoperta l’arte in collegio presso i Gesuiti si è poi formato alle Belle Arti di Bruxelles, fondamentale per la sua crescita di pittore la frequentazione con Robert Delaunay, Hans Arp, Le Corbusier, ma soprattutto la vicinanza all’astrattista Alberto Magnelli. Tra 1942 e 1943 infatti si dedica all’astrattismo con forti slanci emozionali, prima di appassionarsi a Braque caratterizzando ancora il suo modo di dipingere con un continuo processo di semplificazione, fino ad asciugare la traduzione del vero in un puro gioco di contrasti di colore. Gli appunti e le lettere alle quali accediamo nel volumetto Tutto deve accadere dentro di me, curato con amore da Lucetta Frisa, raccontano di purezza, devozione e amore per l’atto creativo e approfondiscono l’evoluzione artistica del pittore, toccando corde di una intensità che trasmette ispirazione. L’inadeguatezza, la consapevolezza del non aver ancora raggiunto i risultati sperati eppure la fiera tenacia nel non smettere di cercare, parlano prima che di arte di umanità. Tutta la bellezza dalla quale l’artista è inebriato fuori da sé si tramuta in ansia di lavoro, di pressione e volontà a volte frustrata a volte galvanizzata di rendere attraverso l’arte un po’della bellezza che il mondo regala agli occhi dell’uomo, del viaggiatore nel caso specifico. Lo sguardo lucido e impietoso che de Staël forse non riesce nel lavoro a comunicare ai diversi critici dell’epoca, lo cogliamo invece chiaramente da queste pagine, uno sguardo su di sé (e insieme sull’arte, che sentiamo come ineluttabile declinazione della sua felicità), uno sprone continuo a far accadere qualcosa dentro di lui che lo liberi, lo apra al mondo e lo risolva, una battaglia che sappiamo non è riuscito a vincere con la vita, che ha lasciato nel 1955. Conservano tuttavia i suoi lavori un tratto distintivo di grande libertà, c’è la solennità di Turner nella sfacciataggine del colore, qualcosa della poesia essenziale dei giapponesi, l’essenzialità di Cezanne nella narrazione di soggetti e paesaggi (celebri sono i suoi scorci siciliani) che insieme conservano la contemplazione e l’esplosione del colore senza mediazione. Ne emergono paesaggi luminosi, evocativi eppure impregnati di realtà e dell’amore per le cose che i vividi flash del diario che leggiamo testimoniano.



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