Tutto il giorno è sera

Tutto il giorno è sera
6 settembre 1980. A nord di Ipoh, in Malesia, c’è Kingfisher Lane. Più o meno a metà della lunga strada sorge, protetta dalla cancellata nera e dalla folta vegetazione, la Grande Casa che con la sua mole blu domina il quartiere e si erge quasi fosse inespugnabile. Aasha ha solo sei anni. Nel giro di pochi mesi ha visto, con i suoi occhi curiosi che scrutano attentamente la realtà che la circonda, sua sorella Uma partire per New York alla volta di una nuova vita, lontano, lontanissimo dalle sue origini, alla ricerca, attraverso lo studio, di una realizzazione professionale tra le mura della Columbia University e pronta a realizzare i suoi sogni nell’unico luogo dove tutto è possibile. Ha visto Chellam, la serva, cacciata dalla sua famiglia e umiliata pubblicamente: Chellam diciottenne fragile che sogna ad occhi aperti una vita, un amore, guardando i poster dei divi del cinema indiano sulle pareti della sua umile stanza e che tra esattamente dodici mesi sarà morta. Queste due partenze si intrecciano inestricabilmente con la morte della nonna Paati, matriarca della famiglia, attorno a cui ruotano le tre generazioni che vivono nella Grande Casa blu e che Aasha continua a vedere ovunque nei corridoi labirintici della casa, in giardino, seduta comodamente, come era solita fare, sulla sua maestosa poltrona di vimini. Toccherà alla più piccola della famiglia comprendere, raccontare, rivelare, i segreti di famiglia, sepolti nei cuori di ognuno, gli intrecci insoluti ed insolubili...
Preeta Samarasan, nata e cresciuta in Malesia, a Ipoh, si è poi trasferita negli Stati Uniti, dove ha conseguito un dottorato in Musicologia. Ora vive in Francia con suo marito e il loro cane. La scrittrice dipinge un affresco dai toni caldi, pastosi, ocra come i tramonti malesi, tratteggia con leggiadria una complessa saga di famiglia. Il suo è uno dei più entusiasmanti esordi narrativi degli ultimi anni. Il romanzo è finalista sia all’Orange Prize che al Commonwealth Writer’s Prize. Chi ha amato Il Dio delle piccole cose di Arundhati Roy, Denti bianchi di Zadie Smith e La casa degli spiriti di Isabel Allende non potrà non essere totalmente coinvolto, pagina dopo pagina, nella storia di questa famiglia, che ha radici profonde nella storia, più grande, della Malesia stessa. Il racconto si snoda come un flusso di ricordi, frammentario e caleidoscopico, non seguendo la cronologia degli avvenimenti: l’incipit è la fine stessa della vicenda, quasi che inizio e fine si tocchino a completare una circolarità perfetta. Uno dei punti di forza della narrazione è la descrizione del sistema di vita malese: assieme ai protagonisti il lettore sente la potenza, la forza vitale di quella terra così lontana ma, allo stesso tempo, durante la lettura, sempre più vicina. La saga familiare che Preeta Samarasan racconta ha la capacità di toccare le corde più intime del nostro io, di narrare le vicissitudini di tre generazioni, di mettere in luce come ogni esistenza sia poi strettamente legata alle vicende dell’intera famiglia, inesorabilmente. Una lettura appassionante, interessante, una storia che mette al centro l’amore in tutte le sue declinazioni e tutte le sue dolorose conseguenze che, come ci ricorda un celebre film italiano, non bisogna mai dimenticarsi di considerare.

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