Tutto il nostro sangue

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Isole Shore, al largo della Chesapeake Bay, in Virginia. La tredicenne Chloe è in fila alla cassa del negozio di alimentari quando si sparge la voce dell’assassinio di Cabel Bloxom. L’hanno trovato tutto gonfio, sprofondato fino alla vita nel fango del Muttonhunk Creek, con la faccia scoppiata per una fucilata, il pene staccato a coltellate. “Probabilmente il papà o il marito di qualche ragazza ha deciso di averne abbastanza di quel figlio di puttana”, commenta con aria saputa la cassiera. Chloe annuisce, prende il resto, esce dal negozio e si allontana un po’ prima di tirare fuori dalla tasca i due cupcake che ha rubato dagli scaffali del negozio. Uno se lo mangia – fa schifo, tra parentesi – e uno decide di portarlo alla sorella più piccola, Renee. Pedala per chilometri lungo la strada sterrata disseminata di gusci di ostriche, fino al molo, fino a casa. Le due bambine ci vivono da sole con il padre, operaio in uno stabilimento dove macellano i polli. L’uomo e le figlie fanno vite separate, a volte lui si ricorda di portare a casa qualcosa da mangiare e a volte no; a volte parla e a volte no; a volte è d’umore cupo e a volte pessimo. Le bambine vanno in giro sporche e con i capelli scarmigliati, quando c’era ancora la madre questo non succedeva, poi è successa quella cosa brutta e addio mamma. Come tante altre sere, Chloe e Renee pescano un po’ di granchi, giocano un po’ con il gatto, ascoltano un po’ la cassetta de Le dodici principesse danzanti, poi si addormentano. A mezzanotte Renee si sveglia di soprassalto. Ha paura che il fantasma di Cabel Bloxom venga a tormentarle. Chloe rassicura la sorellina, quello stronzo è all’inferno. “Tu sei felice che sia morto?”, chiede la piccola e la sorella maggiore sa benissimo che sta pensando a cosa è successo con lui nel bosco l’anno precedente. “Sì, sono felice”, risponde. “Adesso tappati la bocca e rimettiti a dormire”…

Il romanzo d’esordio di Sara Taylor, giovane proprietaria di una caffetteria, nasce come esercizio di scrittura creativa all’University of East Anglia di Norwich. Non è stata questa però la prima volta che la Taylor ha affrontato la prova della narrativa sulla lunga distanza: il suo hobby da adolescente era scrivere romanzi fantasy che stampava e rilegava a mano, per distribuirli poi a parenti e amici. Tutto il nostro sangue sembra all’inizio la “solita” storia cruda di degrado della provincia statunitense (avete presente il disturbante film Gummo di Harmony Korine?) vista attraverso gli occhi candidi e tormentati di una ragazzina a cui è stata strappata l’infanzia e che si vendica in maniera sanguinosa del padre tossico e violento, ma si trasforma ben presto in tutt’altro. I tredici capitoli – ambientati rispettivamente nel 1995, nel 1933, nel 1992, nel 1876, nel 1984, nel 1991, nel 1981, nel 1885, di nuovo nel 1981, nel 1919, nel 2037, nel 2010 e nel 2143 – raccontano le vite intrecciate tra loro degli abitanti di una delle Isole Shore, tra violenza domestica e amori infelici, razzismo e sesso, sciamanesimo e controllo magico degli elementi, disgrazie e tradimenti, mutazioni, lutti e persino una pandemia nella cui diffusione globale ha un ruolo essenziale una spregiudicatissima ragazza del luogo. Tante storie e tanti temi diversi (non tutti compatibili tra loro), con il minimo comun denominatore delle relazioni sentimentali sbagliate, della inesorabile tendenza all’implosione dei rapporti tra uomo e donna. Somiglia a tante cose questo romanzo, eppure non è uguale a nessuna: ci sono realismo magico e femminismo militante, epica americana à la Flannery O’Connor e fantascienza apocalittica e altri generi ancora. Il lettore rischia di essere frastornato da questo information overload, ma tutto sommato la giovane autrice riesce a mantenere il timone del romanzo abbastanza dritto da non schiantarsi sugli scogli.



 

 

 

 
 
 
 

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