Tutto quello che è un uomo

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Simon e Ferdinand arrivano alla Berlin Hauptbahnof dalla Polonia. È aprile. I due adolescenti inglesi sono magri e sporchi, dopo dieci giorni di Interrail. Una pioggerella fitta e sottile “comincia a inumidire i dintorni grigi della stazione”, un fiume di gente scorre per i corridoi. Sono giorni che Simon e Ferdinand cercano di contattare Otto, un tedesco che Ferdinand ha conosciuto ad una festa a Londra qualche settimana fa e che gli ha detto che poteva ospitarli a Berlino, ma finora non sono riusciti a rintracciarlo. Sono rimasti d’accordo con lui a grandi linee chattando su Facebook, ma da un bel po’ lui non risponde a nessun messaggio. Però loro il suo indirizzo ce l’hanno, prendono la S-Bahn e si recano in quella stradina sudicia, dove trovano soltanto un vigilante privato che dice loro di conoscere Otto ma che non è in casa. Simon e Ferdinand vanno a Kreuzberg per mangiare, è una delusione: doveva essere il quartiere hipster, “alternativ”, invece tutto costa molto più che a Varsavia e Cracovia. Parlano di scuola, frequentano l’ultimo anno del liceo e a giugno li aspetta la Maturità, in autunno sperano di cominciare a Oxford. Ferdinand pensa intensamente a Karen Fielding: non si sono quasi mai rivolti la parola ma lui è innamorato cotto. Nel frattempo si è fatta sera, i due ragazzi tornano a casa di Otto e ci trovano sua sorella in compagnia di due strani amici, uno con un sacco di piercing e l’altro con dei baffi bizzarri. La ragazza li lascia da soli in casa, Otto prima o poi tornerà di sicuro. E in effetti torna alle due di notte e li trova che dormono in sacco a pelo sul pavimento del lussuoso soggiorno (Otto e la sorella sono figli di un tizio del governo tedesco, a quanto pare). Spiega che ha perso il cellulare, per questo non vedeva i messaggi. I ragazzi si rollano una canna, passano il resto della notte a dire cazzate. Dopo una breve tappa a Lipsia, Simon e Ferdinand arrivano a Praga. Alla stazione un tipo li ficca nella sua Skoda e li porta in periferia, dicendo che c’è una camera a buon mercato. Vien fuori che è casa sua, costa effettivamente poco ma è poco più di uno sgabuzzino, con un materasso di gommapiuma buttato per terra. La moglie del tizio, una bionda sulla quarantina, è perennemente in vestaglia e niente sotto, con la sigaretta in bocca. È simpatica però, ha voglia di chiacchierare e inizia a fare battute a doppio senso ai due ragazzi, guardandoli con uno strano scintillio negli occhi…

Lo scrittore canadese di origine ungherese David Szalay, in questo che è più corretto definire un “romanzo a episodi” piuttosto che un’antologia di racconti – seppure uniti da un filo comune, racconta le stagioni e le sfumature della mascolinità. Due studentelli inglesi che diventano le prede di una inquieta casalinga serbo-praghese, un pigro giovanotto belga che dopo essersi fatto cacciare dalla fabbrica di finestre dello zio parte per una solitaria vacanza a Cipro durante la quale si troverà invischiato in un torbido ménage à trois con una madre e una figlia inglesi obese e solitarie, un palestrato bodyguard che si innamora della ragazza del suo capo che per giunta è una prostituta d’alto bordo, un filologo belga che spreca l’occasione di una promettente carriera accademica per la sua fissazione per il sesso, un ministro danese che rimane coinvolto in uno scandalo quando un giornalista scopre la sua storia con una donna sposata. E poi addetti al marketing di mezza età e businessmen pieni di rimpianti che meditano sul suicidio (uno dopo che l’amante quindicenne lo ha lasciato) o che pensano di essere maledetti e – in chiusura – il nonno del giovane Simon, il cerchio si chiude. Ecco gli uomini di David Szalay a cui allude il titolo del libro, la citazione di un verso di William Butler Yeats. Così diversi e così uguali, fotografati ognuno in un istante, un fotogramma dello scorrere inesorabile del tempo: dai 17 anni di Simon e Ferdinand ai 73 anni di Tony, dall'aprile della prima storia al dicembre dell'ultima, la metafora della stagionalità e della circolarità è sempre ben presente nel libro. E le donne? Ruota tutto attorno a loro, ma paradossalmente sono viste come prede o al massimo trofei, e comunque interlocutrici esclusivamente sessuali. Nessuna volgarità, comunque: lo stile di Szalay è quel minimal chic che ormai è la cifra dominante della letteratura contemporanea, con in più la capacità di suscitare l’empatia dei lettori maschi, che non potranno non riconoscersi in uno o più personaggi. Meditare su se stessi. E prevedere, forse, i loro destini di uomini.

LEGGI L’INTERVISTA A DAVID SZALAY



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