Tutto quello che sai sulla Sardegna è falso

Tutto quello che sai sulla Sardegna è falso

Ah, i sardi, questa strana razza isolata dal resto del mondo, così esotica e incomprensibile, che parla una lingua tanto astrusa! Onesti, leali, generosi, proverbialmente ospitali e rispettosi delle donne ma anche invidiosi, poco collaborativi e mediocri imprenditori. Guai far loro uno sgarro perché sono molto vendicativi. È il loro codice. E poi si sa, l’indole delinquenziale fa parte del loro DNA, nell’arte del sequestro per esempio non hanno rivali sulla faccia della Terra. E vogliamo parlare del territorio che abitano? Un’isola piccola, marginale, tanto avara di risorse da non riuscire a procurare loro abbastanza sostentamento; il suo perenne isolamento l’ha tenuta lontano dalla civiltà: è arretrata e questa è una condizione irreversibile, colpa di un infausto destino a cui è inutile opporsi. Ma siamo sicuri che sia proprio così? Siamo davvero sicuri che tutto ciò che si dice in giro sui sardi e la Sardegna sia vero? L’isola, tutt’altro che piccola e marginale, è situata al centro del Mediterraneo occidentale, ed è sempre stata crocevia di scambi economici e culturali fra i popoli fin dai tempi più antichi; il mito identitario sardo è un minestrone di luoghi comuni, stereotipi e falsi miti in cui, paradossalmente, i primi a sguazzare con orgoglio sono proprio i diretti interessati, convinti che il loro banale status quo possa accreditarli agli occhi del “continente”, di cui sembra che la stragrande maggioranza dei sardi abbia sempre anelato a far parte. Eppure l’appartenenza al continente, di fatto, è solo geografica: peculiarità storiche, geologiche, sociali ed economiche collocano l’isola su un piano del tutto diverso rispetto all’Italia, ma la pigrizia e l’inerzia dei sardi ha causato nel corso dei secoli un pericoloso fenomeno di “subordinazione consapevole”. Sui libri di scuola – in cui la Sardegna occupa davvero un posto marginale ‒ si studia che i sardi sono sempre stati dominati, ma questo non corrisponde a verità: si sono semplicemente adattati, piegati, genuflessi al potente di turno, accontentandosi di raccoglierne le briciole basta per tirare a campare. E continuano a farlo, imperterriti e inconsapevoli di un potenziale forte, capace di rovesciare le sorti di una terra ‒ che in barba a ciò che si racconta ‒ ha molto da offrire…

La verità? La Sardegna appartiene solo a se stessa, ma i sardi non lo capiscono e preferiscono restare sotto la gonnella di mamma Italia, guidati da personaggi che pur di coltivare il loro orticello non hanno esitato a darla in pasto ad un feroce sfruttamento, edulcorando il tutto con la bufala dell’autonomia regionale. L’Italia non è mai stata una chioccia nei confronti dell’isola, anzi: l’industrializzazione forzata, le “servitù militari”, gli investimenti stranieri che hanno espropriato i sardi di incantevoli pezzi di terra e di mare non hanno fatto altro che indebolirla, gonfiando solo le tasche dei soliti avidi politici; nessun reddito per gli autoctoni, impiegati per lo più in ruoli lavorativi marginali, i più bassi della scala gerarchica. Un “disprezzo” dell’isola che risale all’epoca dei Savoia, quando gli odiatissimi regnanti piemontesi non dimostravano nessun amore per il territorio, lasciato nell’incuria, depredato e martoriato fiscalmente. Omar Onnis, giovane storico barbaricino con la passione per la politica, vissuto a lungo nella sua città natale, Nuoro, e ora residente a Trento, non usa mezzi termini nel comporre un vocabolario in grado di distruggere la superficialità del mito identitario sardo e analizzare in profondità le cause che hanno portato la Sardegna ad essere così immobile e poco conscia dei suoi reali mezzi. Le voci che lo compongono non hanno pretesa di esaustività, come lo stesso autore precisa (e anzi saggiamente rimanda ad una bibliografia in grado di approfondire ed attestare l’autenticità delle fonti) ma riescono a dare un quadro di insieme perfettamente comprensibile e dettagliato; l’ironia di Onnis è feroce, tagliente, quasi rasente al sarcasmo, ma è un atteggiamento necessario con il quale l’autore spera di scuotere i suoi conterranei, vittime di un coma indotto in cui versano da secoli; una buona parte di responsabilità in questa mancata presa di coscienza è da attribuire sicuramente all’atteggiamento degli storici – vecchi o contemporanei poco importa, la musica è sempre la stessa – e in generale della classe borghese più acculturata, che ha sempre guidato il popolo tenendolo nell’ignoranza, nel timore di una probabile rivoluzione (già peraltro tentata in passato in concomitanza a quella francese nel 1789, evidentemente con scarso successo) che le avrebbe fatto perdere gli amati privilegi. Onnis, con la sua onestà e schiettezza, si affranca (fortunatamente) da questo triste quadretto servile e oscurantista, gettando luce sulle menti e le coscienze dei sardi, partendo da un assunto semplice e logico: conoscersi vuol dire progredire; conoscersi significa prendere le redini del gioco e soddisfare con successo le proprie esigenze, non quelle indotte bensì quelle reali. Segnaliamo anche il blog personale dell’autore, (http://sardegnamondo.blog.tiscali.it) in cui si discute di storia, cultura e politica tra la Sardegna e il resto del globo.



 

 

 

 
 
 
 

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