Tutto torna

Tutto torna
“Pensa al mare Diego. Immagina il mare quando riposa. Quando è scirocco e porta al largo ogni detrito”. Diego e Antonia si conoscono così, sussurrandosi queste parole da sconosciuti, su un treno che da Pisa li sta portando a Roma. Diego è svenuto mentre il treno è fermo in una galleria. Gli capita ogni tanto e gli capiterà ancora. A intervenire è Antonia: cerca con le sue parole di “dipingere il buio” di Diego, di “sostituire a una vaghezza nera un'altra colorata”, di far diventare onde le ombre... Si incontreranno ancora, scesi da quel treno, faranno l'amore, mangeranno un gelato al pistacchio, vedranno un film senza sonoro, accudiranno insieme la madre di Diego, malata di Alzheimer. Lei chiederà ad Antonia “quando torni?” “Presto”, risponde, e il tono è quello di una persona che presto tornerà davvero, che non c'è bisogno di chiederle “presto quanto?”. Professore universitario, revisore di un vocabolario, per Diego le parole sono la realtà, Antonia invece dà alle parole un senso “altro”, o le priva di senso, perché in fondo per lei conta quello che uno fa. Sullo sfondo, sdraiata sul letto, la madre di Diego confonde il passato con il presente, in un rimbalzo continuo fra ciò che è vero e ciò che è solo immaginazione. In fondo, per nessuno la verità è riducibile alla mera realtà...
Giulia Carcasi, la giovane scrittrice romana su cui Feltrinelli ha puntato nel 2005, è al suo terzo esame da scrittrice. La promessa è mantenuta, il talento è rimasto. Ma il rischio è che, per i suoi precoci 27 anni, resti ancora a lungo imbrigliata nel ruolo di “giovane promessa”, costretta a riprodurre una formula che evidentemente paga. Intanto, ridiamo dignità al racconto lungo e non chiamiamo questo “romanzo”. Quindi, Giulia Carcasi scrive meravigliosi racconti lunghi. Se chiamassimo Tutto torna un romanzo qualcosa non tornerebbe affatto: i conti con la trama, le pagine scarne, i capitoli di poche righe, i personaggi appena sgrossati. Con la giusta definizione questo libro ne guadagna in perfezione. Perché non sarebbe potuto essere diverso da come è. Lo stile è immutato rispetto al precedente Io sono di legno: è intensa la penna di Giulia Carcasi, le sue frasi fanno tornare indietro, all'adolescenza, quando c'era l'urgenza di ricopiare e fare proprio qualcosa che si è sempre provato e che nessuno era riuscito a descrivere così bene. Ma lo sappiamo bene: le frasi isolate appassiscono, come i fiori recisi, e allora resta l'impressione che quest'atmosfera adolescenziale quasi sia un limite della scrittura di Giulia Carcasi. Tutto torna. Anche l'eco di questo racconto, a distanza di qualche giorno, come succede con qualcosa di doloroso e rimosso (o consumato) troppo in fretta.

 

 

 
 
 
 
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