Uccidilo e lei vivrà

Uccidilo e lei vivrà

Norvegia. Una baita in montagna, la bellezza della natura, il sole che scintilla sulle acque del lago, il profumo del legno e delle piante selvatiche. Una vacanza per ritrovare la complicità di coppia e l’equilibrio: a questo pensa la dottoressa Merette Schulman quando accetta di isolarsi con Jan-Ole, il suo ex marito. Lontani dal mondo e dall’incubo che li ha travolti pochi mesi prima possono finalmente respirare. La figlia Julia è sopravvissuta alla follia di un criminale psicopatico che ormai è sotto chiave in prigione, le sedute di psicoterapia la stanno aiutando a ritrovare pace e reinserirsi nella vita di tutti i giorni. È giunto il momento in cui possono concentrarsi sulla loro relazione e andare avanti. La notte è gelida, il silenzio pesante, Merette spalanca gli occhi nel buio e percepisce di essere sola. Che Jan-Ole sia uscito per raggiungere il bagno esterno? Potrebbe voltarsi dall’altra parte e dormire eppure non le riesce. Si alza, raggiunge l’esterno della baita e segue l’istinto, segue le tracce mentre l’alba sfiora le cime degli alberi. E lo trova. Disteso in una cascina abbandonata, svenuto e sanguinante, il corpo contratto nel dolore. La vacanza appena cominciata deve interrompersi nel modo peggiore, la serenità non è così scontata e a portata di mano, perché dalle prigioni si può evadere, perché nessuna porta può restare chiusa per sempre, soprattutto se si è un pazzo criminale, soprattutto se si è Aksel Karlsen e si brama vendetta…

Il racconto scorre su due binari distinti. Da una parte i pensieri di Merette volti al futuro, alla preoccupazione per la figlia Julia e ai sentimenti verso Jan-Ole, dall’altra le elucubrazioni irrazionali di Aksel: morboso, violento, ossessionato dalla volontà di infliggere punizioni alle sue vittime e dall’odio verso la donna che lo ha umiliato: “Ti capita spesso di avere un’eiaculazione precoce?”. Queste parole pronunciate dalla Schulman durante un colloquio sono il fulcro della sua ira. I colpi di scena nella storia sono assenti, abbondano le coincidenze inverosimili che tolgono tensione e rendono la narrazione un po’ scontata, impedendo si sviluppi quella suspense di cui un buon thriller ha bisogno. Non salterete sulla sedia e non vi verrà la pelle d’oca mentre sfogliate le pagine. La linea narrativa del volume precedente, Lo strano caso della bambina in fondo al mare, che descrive le origini del rapporto tra i due protagonisti, si mantiene. Freda Wolff – pseudonimo di Ulrike Gerold e Wolfram Hanel – non cerca il sensazionale, i suoi personaggi si barcamenano tra gli eventi e il lettore placidamente li segue. “E le persone non sempre sono fatte così come forse a volte le vorremmo. Le loro azioni non seguono per forza una logica comprensibile, tuttavia in quel momento sono per chi agisce l’unica via immaginabile, alla quale si pensa non ci sia alternativa. La fiction implica sempre anche la possibilità di creare una giustizia che nella vita reale non per forza esiste”. Le considerazioni degli autori nella postfazione non sciolgono i dubbi sulla trama.



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