Ultimo tango all’Ortica

È la sera del 23 di agosto del 2014, umida anche se una delle poche in cui non è ancora piovuto, ma gli amanti del ballo continuano imperterriti a frequentare la balera dell’Ortica, il quartiere di Milano famoso anche per una canzone di Jannacci. Fra i clienti abituali c’è Katy Marangoni, una donna che nonostante sia piccolina, non proprio filiforme e neanche più una ragazzina, quando inizia a ballare il tango si trasforma in una specie di dea della sensualità. Questa sua dote, riconosciuta da tutti, è proprio quella che la mette – sia pur per vie traverse – al centro del caso di omicidio in cui la vittima è un suo ex, tal Carlo Viserbelli, ucciso con un colpo di pistola a pochi passi dalla balera, pochi minuti dopo che Katy è uscita, da sola. Non è lei però ad essere arrestata, bensì l’Amelio, austero maggiordomo di casa Crivelli, che poi vuol dire di Franca, ricchissima e solissima signora dei salotti milanesi. Amica storica di Iole – mamma della fioraia del Giambellino – che quando c’è stato bisogno c’era, sia moralmente che materialmente a cui pertanto non si può dire no. Un po’ per riconoscenza e parecchio per sincero affetto. A parte questo poi, che l’Amelio sia un assassino è una cosa che non sta né in cielo né in terra. Per di più l’uomo si è chiuso in quello che si chiama un ostinato mutismo, ma è palese che qualcosa non torni. Franca non bada a spese e Libera e Iole non esitano a rivolgersi (come sempre) al loro storico “complice”, direttore della Città, Temperante Cagnaccio, come da nome e soprannome (dog), che ostentando indifferenza e scherno per le intuizioni delle due donne, se fiuta una pista non la molla e le fa affiancare dalla Smilza, al secolo Irene Milani, giornalista giovane ma piena di talento…

Sono detective per caso, curiose della vita ma soprattutto inconsapevoli paladine della libertà, e siccome la verità rende liberi, per estensione lo sono anche della verità. Libera soprattutto, vedova poco più che cinquantenne, ha proprio una fissa, presumibilmente inculcatale da nonno Spartaco, l’uomo che l’ha cresciuta, le ha insegnato a riconoscere e amare le piante (che dopo il fallimento della sua libreria sono diventate per lei un lavoro, anzi il lavoro) che le ha lasciato in eredità oltre al casello in cui vivono, il concetto che l’importante è raggiungere la verità, per quanto male possa fare. D’altra parte l’omissione, la mancanza di spiegazioni e verità, sono state il fil rouge della vita di Libera, a partire dalla morte ancora avvolta nel mistero della nonna Ribella, fino alla morte del marito, un poliziotto ucciso in servizio al cui assassino si è arrivati solo per l’ostinazione di lei. A differenza che nei romanzi precedenti, in cui Libera e Iole sono state coinvolte quasi per caso, questa volta sono consce e consapevoli che stanno conducendo una vera e propria indagine parallela a quella ufficiale e anche Vittoria, rispettivamente figlia e nipote delle due, che da quando è stato scoperto chi ha ucciso il padre si è decisamente ammorbidita, anziché ostacolarle si limita a controllarle. Per il resto, leggere la Teruzzi rimane un piacere a tutto tondo. Ottimi gialli (anni e anni di giornalismo si sentono) e contestualmente uno stacco totale dalla volgarità, dal turpiloquio, dalla violenza, che in tempi di urla sguaiate di televisione spazzatura e di splatter ovunque, è un toccasana per la mente e per il cuore.

 


 

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