Umanità in rivolta

Umanità in rivolta

Aboubakar arriva in Europa come tanti altri migranti, con la speranza di trovare condizioni di vita migliori di quelle esistenti nella sua Costa d’Avorio. Aversa è il primo luogo dove si ferma a cercare lavoro ed è nella cittadina a metà strada tra Napoli e Caserta che matura la propria dolorosa ed imprevista esperienza di bracciante. Arriva in un appartamento di un lontano parente e cerca di accendere la luce. Ma quel gesto si rivela inutile; in quel luogo non c’è la corrente elettrica e il parente, ivoriano come lui, non è l’unico occupante della casa. Sono in quindici a risiedere, pigiati fino all’inverosimile, in quel luogo senza luce e con servizi igienici fatiscenti. Dai compagni apprende che per cercare lavoro occorre svegliarsi alle cinque ed andare, a piedi o in bicicletta, alla rotonda di Melito, un’area ben conosciuta nell’hinterland napoletano. In quel luogo i braccianti restano in attesa e chi intende offrire un lavoro si ferma, dà un’occhiata e sceglie, senza concordare né modalità di prestazione del lavoro, né orario, né paga. La sensazione che prova Aboubakar è quella di essere egli stesso una merce senza umanità, esposta al mercato delle braccia. In quella rotonda ci sono centinaia di persone perlopiù africani ed asiatici fermi ad aspettare. Comincia così a delinearsi, nella mente del giovane, partito speranzoso dal proprio Paese, il quadro sconcertante dello sfruttamento dei braccianti nella “fortezza” Europa. E cominciano parallelamente i suoi incessanti viaggi nelle campagne del sud Italia dove le condizioni di lavoro degli immigrati sono più difficili. Nell’autunno del 2009 viene invitato a Cinisi per portare la propria testimonianza all’interno di un convegno organizzato da un’associazione che porta il nome di Felicia e Peppino Impastato. Lo accoglie Giovanni, il fratello di Peppino, e lo conduce all’interno di una casa dipinta di giallo. Aboubakar all’interno delle quattro mura avverte dentro di sé un moto ideale di solidarietà verso l’uomo che trenta anni prima proprio da quel luogo ha sfidato la mafia e ripensa ad un altro eroe che, in una nazione lontanissima dall’Italia ha avuto il coraggio di sognare un nuovo modello sociale: il sudafricano Nelson Mandela. Così mentre associa le battaglie dell’uno a quelle dell’altro ripensa ad un luogo diventato simbolo di coesistenza tra immigrati e residenti, a un uomo molto disponibile al dialogo che, incontra per caso e gli dice: “Sono Mimmo Lucano, il sindaco di Riace”...

Il termine che ricorre più frequentemente nel libro di Aboubakar Soumahoro, al fine di spiegare in termini corretti il fenomeno dello sfruttamento dei migranti e come le politiche tentano di affrontare il problema, è “razzializzazione” ed il relativo fenomeno corrisponde alla elaborazione di categorie sociali ed economiche fondate sulla razza e sulla subordinazione di un gruppo sociale da parte di un altro. Di razza in realtà nel nostro Paese non si parla diffusamente, sembra un tabù superato per effetto della sconfitta subita nel corso della Seconda guerra mondiale, e in ciò l’autore manifesta un pensiero degno di attenzione in quanto il fenomeno appartiene alla contemporaneità e tutte le leggi tese alla regolamentazione del fenomeno “migranti” ed “extracomunitari” sono conseguenza di un’ideologia di base: la categorizzazione di individui secondo una precisa appartenenza ad una “razza”. I ragionamenti che le istituzioni pongono a sostegno della razzializzazione della società contemporanea sono di tre tipi e vengono lucidamente individuati dall’autore, che avendo vissuto nelle baraccopoli dei luoghi più abbandonati d’Italia ed essendo animato solamente dal desiderio di emanciparsi, manifesta le istanze dei lavoratori all’interno di un sindacato, l’Unione sindacale di base. La lucida analisi contenuta nel libro consente di farsi un’idea chiara del perché sin dalle leggi razziali del periodo fascista che appartenevano all’argomento definito “naturalismo razziale”, passando per i movimenti coloniali dei primi anni del novecento che legalizzarono la “storicizzazione razziale” si è approdati alla “razzializzazione culturale” dell’età contemporanea ove sembra ovvio proclamare in termini assoluti l’ impossibilità di convivenza e coabitazione tra soggetti che esprimono culture differenti. L’autore afferma che tutte le leggi sull’immigrazione emanate nel nostro Paese, a partire dalla Legge Martelli del 1990 elaborata dal governo “pentapartito” seguono questo principio e vanno interpretate secondo questo paradigma. In sintesi, afferma l’autore, la filosofia di fondo che regge persino l’intero operato statale è la razzializzazione istituzionalizzata dell’intera società.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER