Umiliati e offesi

Umiliati e offesi

In un letto d’ospedale, certo di non avere più molto da vivere, Vanja ricorda gli avvenimenti recenti che gli hanno spezzato il cuore. Prima collaborava con diverse riviste sperando di creare un giorno qualche opera grande e bella. Ora non sa perché o per chi stia scrivendo la propria biografia, ma farlo allevia la sua pena. Il pensiero torna all’infanzia trascorsa in campagna con la famiglia di Nikolaj Sergeič Ichmenev, che lo aveva adottato dopo che era rimasto orfano e lo aveva cresciuto insieme a sua figlia Nataša, di poco più piccola di lui. Il tempo era passato e Vanja, entrato all’Università di Pietroburgo, non aveva rivisto per un pezzo la sua compagna di giochi. Quando finalmente se l’era ritrovata davanti, Nataša non era più la bambina che considerava come una sorella ma una fanciulla affascinante, che partecipava alle sue aspirazioni letterarie e gli mostrava un sincero attaccamento. L’idillio era durato finché Alëša, figlio del principe Valkovskij con il quale Nikolaj Sergeič era in causa, aveva iniziato a frequentare gli Ichmenev. Fra Vanja e Nataša si era aperto un abisso. E una sera lei aveva lasciato la casa dei genitori per andarsene con quel giovane aristocratico debole e incostante che sarebbe stato la sua rovina…

Nel 1861 Fëdor Dostoevskij pubblica a puntate sulla rivista “Il tempo” Umiliati e offesi, da cui nel 1958 viene tratto uno dei mitici sceneggiati della RAI di allora, diretto da Vittorio Cottafavi. Si sentono le influenze dickensiane e quelle de I miserabili di Victor Hugo in questo romanzo sociale, narrato dalla voce di Vanja (che rispecchia alcuni tratti dell’autore) e dominato dalla figura di Valkovskij, il vero protagonista, che tiene fra le mani le fila delle esistenze di chi lo circonda e le tira a suo piacimento. Tutti pagano il prezzo della sua arroganza e della sua brama di potere: Ichmenev, trascinato in un processo perso in partenza; Nataša, ferita nei sentimenti; Alëša, forzato a un matrimonio d’interesse; Vanja, che assiste impotente allo sfacelo del suo amore. Anche Nelly, una ragazzina malata le cui vicissitudini si intrecciano a quelle degli altri personaggi, deve a Valkovskij la triste fine a cui va incontro. Tra donne oltraggiate e cadute nella vergogna, passioni incontrollabili che portano sull’orlo del baratro, prole illegittima la cui scoperta potrebbe far detonare uno scandalo, orgogli irriducibili che si macerano nella disperazione, si riconoscono gli elementi tipici del feuilleton. Il materiale da racconto d’appendice è però elevato a penetrante riflessione sul modo in cui la malvagità senza scrupoli annienta i buoni e gli inermi, quegli umiliati e offesi che, consapevoli dell’ingiustizia subita, si trincerano nel proprio dolore quasi a trarne un amaro piacere. La potenza dei successivi romanzi filosofici è lontana, ma la capacità di suscitare emozioni forti c’è già tutta e produce indignazione per gli abissi dell’animo umano e compassione per le vittime di tanta perfidia.



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