Per un’abbondanza frugale

Per un’abbondanza frugale
Il modello di sviluppo basato sull’induzione forzata a una pratica esasperata dei consumi è giunto ormai al collasso. La creazione illimitata di bisogni e di prodotti, poiché viziata da una distribuzione sperequata dei redditi, ha finito con il generare uno stato di crescente frustrazione in una percentuale sempre più ampia della popolazione. E, dunque, la pretesa che soddisfare i desideri di tutti potesse costituire la condizione necessaria per assicurare una forma di felicità larga e condivisa si è rivelata fallimentare. Come uscire, allora, dall’impasse generato dall’attuale situazione di grave crisi economica? Il ricorso a una politica di austerità non farebbe altro che allargare ulteriormente la forbice sociale e generare ulteriore povertà. D’altra parte anche un rilancio dello sviluppo, sia pure “controllato”, produrrebbe più costi che benefici e metterebbe ulteriormente a repentaglio le sempre più scarse risorse naturali. Non resta che puntare su un modello alternativo, che sia in grado di coniugare abbondanza e frugalità. Una formula apparentemente contraddittoria, che consentirebbe tuttavia di soddisfare, finalmente, ogni bisogno senza procurare povertà e infelicità…
È questa la tesi ardita e provocatoria sostenuta da Serge Latouche, professore emerito di scienze economiche all’Univeristà di Paris-Sud, noto per i suoi numerosi testi di antropologia economica e convinto sostenitore della “decrescita felice”. Ossia di un modello sociale capace di liberare gli individui dagli effetti nocivi del consumismo, ma senza rinunciare alla soddisfazione di tutte le loro necessità. A fronte degli innumerevoli guai del mondo contemporaneo e delle sue drammatiche trasformazioni politiche e sociali, l’intellettuale francese non solo si preoccupa di individuare e denunciare le cause della deriva, ma ne indica un rimedio possibile. Per un’abbondanza frugale è uno di quei libri che spezzano le nostre certezze, azzerano i terrori del nostro sentire grazie all’implacabile lucidità con cui l’autore ci aiuta a comprendere i meccanismi che possono rendere concreta un’utopia. Quella della realizzazione di una società basata sulla produzione di ciò che è strettamente indispensabile alla propria sussistenza e utilizza le risorse ambientali in maniera ragionevole. È così che i malintesi e le inevitabili perplessità sollevate dalla sua teoria trovano una loro chiarificazione non solo nella valutazione di possibilità, ma anche nell’esame delle sue condizioni di applicazione. Andando a mettere il dito proprio là dove pulsano attualmente le nostre più angosciate preoccupazioni.

 

 

 

 
 
 
 
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