Un’altra musica

Un’altra musica

1944. Woody Guthrie imbraccia la chitarra e registra una delle protest songs più famose della storia musicale americana. This and is your land, questa terra è la tua terra, è la mia terra, ed è stata fatta per te e per me. Nonostante la proprietà privata, gli interessi di pochi, le discriminazioni razziali, l’attacco scriteriato all’ecosistema. Sul palco sale Bruce Springsteen, l’America di Reagan o la promessa di Obama, e intona la stessa canzone, come aveva fatto Bob Dylan nel tour The Rolling Thunder Revue, e come farà Tom Morello, con la sua chitarra, allo Zuccotti Park nel 2011: this land is your land. La canzone esplode nello spazio condiviso tra autore e pubblico, fluttua in un reame del possibile – speranza e volontà di agire, pro-testare ‒ diventa un inno, melodia che accompagna lungo gli anni, da un conflitto all’altro, da una manifestazione all’altra. Nel vento, vola la risposta, nel vento, canta Bob Dylan, un messaggio di “qualcuno per qualcun’altro”, e trovando parole in musica che da quel giorno sarebbero corse da artista ad artista, per comunicare quel qualcosa, indefinibile eppure chiaro, tanto da coinvolgere platee di generazioni diverse. Così anche per Kick out the jams, ostacoli da tirare giù dal palco a forza di calci: veicolare e far girare un potente messaggio di libertà – uscire allo scoperto, dire la propria - dagli MC5 del 1969 a Eddie Vedder e i Pearl Jam degli anni 2000…

Una canzone di protesta, lo dice il nome, è testo e melodia pronunciate davanti a un pubblico, attivando così un ponte emotivo, una connessione tra autore pronunciante e ascoltatore: non c’è passivo ricevere, ma comune sentire, arco vitale di una canzone che nuota in contesti cronologici e politici “diversi ma complementari”. L’America del Vietnam muta in quella della guerra in Medio Oriente e in Afghanistan. Il folk di Guthrie nel rock di Tom Morello, nel rap dei Public Enemy, o in altre fusioni di generi, eppure, ancora, le protest songs fioriscono sul palco, e corrono di voce in voce, dal cantante al pubblico, nelle performance dal vivo e sulle strade. Ruolo importante, quello della canzone di protesta, è informare smuovere e combattere ignoranza, là dove la stampa opera controllo e censura. Matteo Ceschi racconta (e si racconta attraverso) la living history di una “corrente profonda”della cultura americana, testo denso di rimandi e collegamenti, nelle cui righe appaiono tanti focolai di rivoluzioni musicali, e altre possibili, in una storia sintetica ed efficace dell’altra musica, quella incendiaria del folk, del rock, del rap e del punk, attraverso tre canzoni di protesta, semi capaci di attecchire nel terreno fertile di tanti conscious revolutionary warriors. Frutto di un lungo e sofferto lavoro di preparazione, il saggio di Ceschi porta in copertina un’immagine in bianco e nero di Jimmy Collier con una rabbiosa chitarra in mano, accanto a Jessie Jackson, ed è dedicato a tutti i rivoluzionari mancati, e un po’ assopiti: siete ancora in tempo! Joe Hill, padre fondatore ribelle, è The man who never died, e la strada indicata “è tutt’altro che deserta”.



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