Un’assoluta mancanza

Un’assoluta mancanza
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Archivista nell’unico museo sconosciuto di Roma e quasi fidanzata con un medico, Mia conduce senza strappi la sua solitaria vita di immigrata dagli Stati Uniti. Schiva la maggior parte delle persone e parla solo quando necessario. Il suo unico hobby pare essere quello di collezionare ritagli di giornale in cui si parla di ragazzine uccise. Una telefonata dalla Louisiana squarcia improvvisamente il suo guscio: la polizia ha riaperto il caso della morte di sua sorella Jill: ecco cos’era quell’assoluta mancanza. Com’è possibile che Mia si sia convinta di essere figlia unica? Che abbia rimosso dieci interi anni di vita? Perché tanti ne aveva quando Jill, maggiore di quattro anni, fu trovata assassinata in un fosso non lontano da casa. Di certo, l’ostinato silenzio dei genitori deve averla aiutata: dopo il fatto, nessuno in famiglia ha più sfiorato il ricordo della ragazzina scomparsa. Meglio così, meglio dimenticare. Un fatto bizzarro per Mia, che si sta sottoponendo a uno studio sull’ipertimesia, la capacità innata di ricordare ogni dettaglio della propria vita. Lei è riuscita addirittura a cancellare una sorella. Ma quella telefonata è destinata a cambiare ogni cosa e così, lentamente, Mia ricorda tutto: le lotte con la sorella, bella e amata da tutti, le angherie che Jill, desiderosa di primeggiare sempre, le infliggeva. Unico rifugio, all’epoca, era quell’amore meraviglioso e totalizzante che la bambina provava per il suo ortopedico, il dottor Taylor,il quale ogni settimana controllava lo stato della sua colonna vertebrale...

Un romanzo d’esordio davvero interessante, graffiante e in qualche passaggio anche foriero di angoscia. Bello perché la parte gialla, l’omicidio, è completamente sullo sfondo, ripresa solo sul finale quasi per amore di cronaca. Tutta la storia si svolge dentro la testa, tra le sinapsi ora iperattive ora misteriosamente atrofiche della protagonista. La stessa Mia è un personaggio un po’ inquietante, monolitico e impermeabile. Solo nel procedere della lettura si comprende, insieme a lei, quel suo bisogno di avere dei medici attorno, di esserne la pazienze più che la fidanzata, in una rievocazione sinistra e inconsapevole dell’amore infantile ma assoluto che aveva provato, nella sua vita “prima”, per il suo ortopedico. Il concetto della rimozione dei ricordi traumatici non sarebbe di per sé un tema straordinario se non fosse che qui investe una persona affetta da ipertimesia, quel dono di ricordare tutto della propria vita. Che sia un caso che la sorella morta si chiama come il primo caso accertato di questa sindrome, Jill Price? Quando finalmente si riattiva il flusso della memoria, il rapporto tra le due ragazzine emerge così doloroso, conflittuale e sbilanciato (ma non possiamo sentire l’altra campana) che l’iniziale sospetto nei confronti di Mia volge in compassione. Fino al finale, un po’ forte ma comunque inatteso, che in maniera secca ci ricorda che amore e odio, per una bambina di dieci anni, non hanno sfumature né attenuanti, fino al punto di risultare paurosamente crudeli, addirittura inaccettabili. Ma non per questo meno umani.



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