Un’isola normale

Un’isola normale
In una piccola isola del sud Italia, Giovanni, trentenne impiegato al Comune, trascina una vita di insoddisfazioni e vuoti, compensati solo da una piccola fama di imitatore conquistata nella ristretta cerchia delle amicizie isolane. L’ambiente del pubblico impiego si caratterizza per uno scarsissimo carico di lavoro, dinamiche interpersonali fondate su piccoli egoismi e povere gare di personalità, pratiche giacenti e caffè da consumare in interminabili passeggiate nei corridoi. I vuoti del lavoro vengono riempiti dalle imitazioni che Giovanni fa di vari personaggi dell’isola: fra tutte spicca  per comicità quella di Paola Gagliardi, stagionale abitante dell’isola, da tutti conosciuta per la eccentricità di comportamenti  e maniere. Eppure, l’ultimo incontro con Paola è quello che cambia la direzione della vita di Giovanni: un incontro serale – cercato e voluto dal giovane – reciproche confessioni su debolezze, paure e  fobie, una promessa di mutuo sostegno ed un progetto di fuga dall’isola, tutto suggellato da una stretta di mano di Paola a Giovanni. Paola ha funzione catartica, accende una scintilla, destinata a divampare ben presto, che brucia ogni residua resistenza, ogni residua passività e spinge Giovanni ad immaginare la ribellione, lo stravolgimento della propria vita in fuga dall’isola e dall’isolamento che ne deriva. A sorpresa, il finale riserva però l’approdo, attraverso il passaggio della ribellione, alla consapevole e serena accettazione di sé e del mondo circostante, dell’isola e della vita che vi si conduce come parte importante della propria più profonda identità…
Il tema portante del romanzo, parallelo ai temi minori che confluiscono, in finale, verso lo stesso esito, non è nuovo né particolarmente originale: dopo gli “ottocenteschi” inetti sveviani Alfonso Nitti ed Emilio Brentani, il protagonista di questo romanzo s’inscrive entro una cornice di personaggi inadatti all’azione ed alla vita in presa diretta che va dal Gino Bianchi in Resultanze in merito alla vita e al carattere di Gino Bianchi di Piero Jahier (1915) ai Piumoni e Cacciavillani in Teste quadre di Aldo Gianolio (2006). E però, Giovanni, in questo romanzo, vi aggiunge un tratto di originale consistenza, quella del simpatico imbranato che, tuttavia, ci sorprende per la lucida e perfettamente coerente consapevolezza di sé: annientato dalla vacuità della vita d’ufficio, fallito nei tentativi di affermazione sociale, fondamentalmente disinteressato a dinamiche che non siano quelle del proprio io e della propria identità, Giovanni risulta un personaggio fresco ed originale, che nella apparente banale ovvietà delle sue riflessioni ha il potere di accendere obliqui riflettori sui mali di una società che sbarra la strada e la vita alle giovani generazioni, dall’Università, autoreferenziale, vacua ed inconcludente, al mondo del lavoro che marginalizza l’apporto dei giovani. Anche linguisticamente, il romanzo sembra scorrere entro binari di media e perfino ovvia mediocrità, salvo il virare, in finale, verso esiti di brillante intelligenza che determinano la trasformazione da “romanzo-esordio” in “romanzo-rivelazione”.

 

 

 

 
 
 
 
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