Un affare di Stato

Un affare di stato
Roma. Via Mario Fani è una strada in discesa, lunga ma un po' stretta, tagliata a metà da via Stresa e da uno stop. Quello stop la mattina del 16 marzo 1978 è il teatro del più eclatante atto terrosistico della storia del nostro Paese, il rapimento di Aldo Moro, Presidente della Democrazia Cristiana - allora il maggiore partito italiano, al governo ininterrottamente dal dopoguerra e per decenni addirittura in monocolore - e il massacro della sua scorta. Una scorta composta di cinque uomini, dei quali almeno due - il maresciallo Oreste Leonardi, amico personale e inseparabile guardia del corpo di Moro, e l'appuntato Domenico Ricci, autista da vent'anni dell'onorevole - molto esperti ed efficienti. Eppure la scorta di Aldo Moro contravveniva alle più elementari norme di sicurezza, come si è tragicamente scoperto in seguito: percorso sempre uguale o variato sempre allo stesso modo, pistole custodite in borselli o buste di plastica, addestramenti disertati e manutenzione delle armi trascurata, auto non blindate, sottovalutazione assoluta del rischio-rapimenti. Così per il commando delle Brigate Rosse comandato da Mario Moretti quella mattina a quello stop è come fare un tiro al bersaglio, un orribile tiro al bersaglio. Rimangono sul selciato o sui sedili delle due automobili della scorta cinque cadaveri trivellati di pallottole, mentre Moro viene prelevato a forza e portato dall'altra parte della città, in un quartiere di recente costruzione dove è già stata allestita una prigione del popolo. Iniziano i 55 giorni più lunghi della Prima Repubblica...
Il trentesimo anniversario del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro e della sua scorta è l'occasione per tornare ancora sulla vicenda, che tutt'oggi - incredibilmente o forse no - presenta lati oscuri, punti di vista inediti, aspetti inesplorati. Il giornalista Andrea Colombo ri-racconta con stile incalzante e benedetta proprietà di sintesi la cronaca di quei giorni convulsi, ma al tempo stesso cerca di analizzare con piglio da storico e/o politologo il senso di quei lontani avvenimenti che sembrano a tutti ancora così vicini. Secondo Colombo l'affare Moro è situato al centro di tre crisi "distinte ma intrecciate e contemporanee": il culmine di una fase di conflittualità sociale violenta, il momento della verità per il Partito Comunista Italiano, che resosi conto anni prima di non poter porsi come reale alternativa di governo a causa della situazione internazionale stava cercando un accordo con l'area popolare della Dc guidata proprio da Moro (una strategia che forse proprio a causa del rapimento fallì, e per il PCI si avviò un declino inarrestabile), e infine il compiersi dello scollamento definitivo tra opinione pubblica e classe politica che dura ancora oggi. Quindi è ragionevole dire che fu la morte di Moro e non Mani Pulite nel 1992 a segnare la fine della Prima Repubblica, come sostengono autorevoli commentatori (e come lascia intendere il sottotitolo di Un affare di Stato)? Più ragionevole sostenere il contrario, spiega Colombo citando Marco Clementi: "La morte di Moro permise alla Prima Repubblica di sopravvivere a lungo. Il leader democristiano mirava al superamento della 'democrazia bloccata', alla piena legittimazione democratica del PCI e dunque alla nascita del bipolarismo e della democrazia dell'alternanza. La sua prematura uscita di scena vanificò questo disegno e consentì alla Prima Repubblica di reggere per altri 15 anni".

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