Un album di storie

Un album di storie
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Cipro. La vecchia, carismatica Nonna Dèspina se n’è appena andata. Era legatissima al mito di Makàrios, Makarios III l’etnarca, Makarios “la degna guida”, protettore di Cipro e della sua gente. Era un pezzo di storia. La famiglia è travolta dai ricordi; un mondo intero se ne va via con la nonna. “Pettegolezzi su gente del paese e altri parenti, fatti divertenti ma anche lutti, amarezze” diventano “un gomitolo aggrovigliato di storie: qualcuno comincia, a un altro viene in mente qualcosa, i racconti si mescolano col presente”. Le storie della famiglia di nonna Dèspina somigliano a quella di tante altre, là nell’isola: sono storie che si confondono e sconfinano l’una nell’altra, tanto che è difficile capire, ascoltandole, a chi appartengano, quando siano iniziate e quando si possano considerare terminate. Forse non importa, capirlo. E così si racconta della malattia della nonna, e della sua profonda dignità; di una famiglia di turchi di Mamonia, dalle parti di Pafos, delinquenti latitanti per svariati reati, più o meno imboscati, per anni, a fine Ottocento; si vocifera di sinistre rappresaglie contro i turco-ciprioti, nel 1974, dopo la disgraziata invasione turca dell’isola, e di turco-ciprioti “misteriosamente” dispersi; si ricorda come si veniva educati a Cipro, al tempo della nonna, con quanto perbenismo, quanta tenerezza e quanta, incosciente, grettezza; si spiega cosa significasse scambiarsi foto degli amici e parenti emigrati, perché fossero ricordati per sempre; si racconta della moglie del pope e dei suoi vizi, e di quanto si somigliassero i poeti e i perdigiorno, e di quanto pericoloso invece fosse, per certi poeti, trattare argomenti erotici nelle letture pubbliche; si accenna a come far lievitare a dovere il pane coi ceci (un segreto tramandato di madre in figlia) e di cosa accadde quando, una volta, nevicò tutta la notte, al villaggio. Si racconta cosa significhi essere omosessuali a Cipro: quanto sia diffusa la piaga dell’omofobia. Si racconta di quando morì Makarios, nel 1977, e qualcuno pensava che ciò bastasse per spingere i turchi a invadere tutto il resto dell’isola; parecchi credevano che bastasse la sua sola, carismatica presenza ad arginarli, perché d’altra parte, quando erano sbarcati, nel 1974, lui mica c’era, lui era lontano da Cipro: lontani, proprio come lui, erano rimasti gli amati greci; non erano venuti affatto a difenderli dal nemico (che peccato, che sbaglio). Si racconta di come i soldati turchi ammazzavano a freddo i civili, nei giorni atroci dell’Operazione Attila, così come i disertori; si ritorna sulle angoscianti vicende dei desaparecidos, e dei funerali di intere famiglie celebrati con 35 anni di ritardo, o peggio. Si parla delle fosse comuni. Si parla delle fucilazioni di intere famiglie – di villaggi sgretolati. Si racconta di un giorno in cui parecchi greco-ciprioti, esuli da Famagosta o da Kyrenia o da Morphou, poterono, per via di una concessione straordinaria, tornare a vedere cosa ne era delle loro vecchie case e dei loro vecchi borghi, quasi 30 anni dopo la tragedia del 1974, e così avvenne per qualche migliaio di turco-ciprioti, in direzione opposta; in un clima onirico (o incubotico), di un’intensità pazzesca, parecchi ritrovarono la vecchia casa distrutta, altri fatiscente, altri non sempre piacevolmente “abitata”. Tutti erano commossi – e disarmati. Le chiese e i monasteri saccheggiati e vandalizzati erano l’esperienza simbolica più umiliante, erano forse la ragione dello choc più profondo, uno choc soverchiante. Si racconta dell’incontro tra gli esuli e i coloni turchi, che piangono e chiedono scusa: “Ci hanno portati qui e ci hanno detto che queste ormai erano le nostre case. Noi che colpa ne abbiamo?”; si racconta di quanto fosse disorientante scoprire nomi turchi al posto dei nomi tradizionali, millenari, greci: nei borghi, nei villaggi, nei boschi; di quanto fosse assurdo rientrare in casa propria e trovarci, dentro, sconosciuti, per lo più pieni di imbarazzo e di pietà. Si racconta di quanto fosse invece naturale ricominciare a intendersi tra greco-ciprioti e turco-ciprioti, come se non ci fossero stati di mezzo massacri, violenze ed esodi. Forse si poteva cominciare a guardare avanti, o forse era tutta un’illusione...

Un album di storie ha avuto una genesi complessa. Nel 2008 Gheorghìu scrisse un racconto lungo chiamato Un gomitolo di storie: s’era accorto che diverse delle storie famigliari che conosceva si somigliavano, e l’una ne portava un’altra, ed era andato assemblandole; e tuttavia, “nonostante il racconto fosse stato scritto, il gomitolo continuava a crescere e richiedeva un cammino autonomo”: e così, aggiungendo altre storie, fotografie, ritagli di giornali, poesie, canzoni, lamenti funebri, ricette, quel libro diventò un libro di Cipro – non più di una o due famiglie o di un borgo cipriota soltanto: a fine 2009, era pronta una prima versione di Un album di storie. A quel punto diversi frammenti vennero recitati a teatro – quello spettacolo venne scelto per rappresentare Cipro al Festival OFF di Avignone, nel 2011. Da quel momento in avanti, Gheorghìu tornò ancora sul suo gomitolo: fu suddiviso in capitoli, per tema; di lì a poco, il libro diventò quello che oggi conosciamo. Nelle parole della traduttrice, Valentina Gilardi: “Il filo conduttore dei racconti è la memoria, individuale e del popolo cipriota, e le voci a cui è affidata la narrazione non sono introdotte dall’autore come personaggi narranti, bensì i loro racconti si susseguono e si alternano senza presentazione, come se il lettore assistesse a un dialogo orale polifonico”. L’escamotage, per la Gilardi, unito a un singolarissimo uso della punteggiatura e delle maiuscole, “porta il lettore direttamente a contatto con le vicende narrate”. Un album di storie ha vinto lo European Union Prize for Literature nel 2016; qui in Italia, è stato pubblicato dalla Stilo, parzialmente sostenuta dal programma “Europa Creativa” dell’Unione europea. Che libro è? Tecnicamente è saggio considerarlo una raccolta: una raccolta di racconti, di sketch, di frammenti, di memorie, a volte giocata “alla Sebald”, con un’opportuna, intervallata adozione di foto e immagini, in genere, con intento diegetico (e non didascalico). Si sente che è passato per il teatro – in più di un frangente, Gheorghìu ha il respiro del performer puro. Detto ciò, e ammesso placidamente che è un quaderno di “antropologia cipriota” selvatico, fascinoso e orgoglioso, saliamo di livello: da un punto di vista storico-documentaristico, questo libro è destinato a restare, soprattutto per quelle incredibili pagine sul passaggio degli esuli ciprioti a casa, dall’altra parte dell’isola (un ritorno consentito per una volta, una volta soltanto, e di fronte a chi li ha sostituiti). Perché della tragedia mediterranea di Cipro, per un’inspiegabile (o forse no) congiura del silenzio, ispirata, con ogni probabilità, da odiose connivenze coi turchi e da inaccettabili opportunismi tattici, si parla pochissimo – qui in Italia, un libro fondamentale come Gli amari limoni di Cipro di Lawrence Durrell (descrizione dei prodromi dei misfatti degli anni Settanta) è, per fare un esempio, introvabile da decenni; quando va bene, Cipro viene considerata una buona ambientazione per qualche libro di spionaggio; invece, c’è ben altro da raccontare e ben altri sentimenti da risvegliare. È indegno che la causa di Cipro – l’isola ferita da un’occupazione, quella turca, che nessuna nazione al mondo riconosce, nemmeno l’Azerbaijan, e tuttavia l’Inghilterra “tollera” – non sia nell’anima di qualunque partito e movimento “socialista” o di sinistra, in genere; da un altro punto di vista, è indegno che nessun partito sedicente nazionalista, almeno qui in Italia, non abbia mai fraternizzato coi greco-ciprioti, vittime di una carneficina crudele e chiaramente barbarica; è profondamente indegno che, a quasi 2 generazioni di distanza dal 1974, ci siano centinaia di migliaia di esuli, e centinaia di migliaia di coloni turchi spediti a compensare l’ovvio squilibrio demografico determinato dalla cacciata dei greco-ciprioti dalle loro case e dai loro borghi: è il presupposto di una catastrofe antropologica avvenuta sulle spalle di un’isola-nazione nostra sorella, almeno quanto la Sardegna e la Sicilia. Quando tutti leggeranno – quando tutti leggeremo, nei dettagli – la portata della vandalizzazione del patrimonio culturale cipriota, per mano turca, i sensi di colpa per la vigliaccheria di Parigi, di Roma, di Madrid, di Berlino, di Oslo, di San Pietroburgo, di Atene, di Belgrado... diventeranno insostenibili. Londra (e Washington) spiegheranno a che gioco giocavano (sulla pelle di chi giocavano è forse più facile stabilirlo). Qualche cenno sull’artista, per finire. Andonis Gheorghìu, classe 1969, ha studiato Giurisprudenza in Russia e lavora come avvocato a Limassol. È parte della redazione del periodico di letteratura e arte «Avef» (sede a Nicosia). Non so altro di lui – in Italia era completamente inedito. So che gli sono profondamente grato per ciò che ha scritto. E che sono debitore a lui, e a tutti i nostri fratelli ciprioti, di giustizia, coraggio e verità.



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