Un altro mondo

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New York, anni ’60. Rufus e Leona. Lui, batterista jazz di colore, lei bianca del Sud. Si incontrano, si amano. Ma la gelosia ossessiva e priva di fondamento di Rufus, l’alcol, la paura che il negro sia niente più che un trastullo (“Ma sai che cosa veramente conosce di me, quella lì? L’unica cosa che conosce? – Si portò la mano sul sesso, con un gesto brutale”) e le botte date copiose, portano Leona alla pazzia e Rufus sul ponte George Washington. A fare da contorno le storie degli amici. Vivaldo e la sua storia infinita con l’ubriacona Jane, la successiva storia d’amore con Ida, la bellissima sorella di Rufus, l’inaspettata attrazione per Eric, l’amico omosessuale che torna a New York dopo una lunga permanenza in Francia, dove ha trovato l’amore in Yves. Lungo le desolate vie di Harlem, che vediamo quasi sempre in notturna, e le altre Avenue e strade che si incrociano in una New York lontana dall’essere la città delle mille luci, si assiste anche alla deformazione del matrimonio tra i bianchi Cass e Richard, che si trasforma da un rapporto apparentemente solido in una gabbia da cui Cass esce (o crede di uscire) tradendo il marito con Eric...

Il tunnel della metropolitana di New York come la “selva oscura” di Dante, come la “noche oscura” di San Juan de la Cruz. Il viaggio interiore che porta alla consapevolezza di sé è quindi buio, nero come la pelle di Rufus. “Alla Cinquantanovesima salirono in molti… Bianchi e negri – incatenati assieme nel tempo e nello spazio. E tutti avevano fretta. Fretta, pensò, di allontanarsi gli uni dagli altri. Ma non ci riusciremo mai. Siamo fottuti per sempre”. Cosa ci sbatte in faccia Rufus/Baldwin? Un realtà semplice ma non del tutto accettata (da entrambe le parti, si badi): che si voglia o meno i negri sono presenti nella società americana, non per loro scelta, ed è necessario trovare il modo per convivere in pace e in uguaglianza. “Scese alla stazione intitolata al ponte costruito in onore del padre della patria”: non cita George Washington, non scrive nome e cognome, ma la sua “qualifica”, per sottolineare che anche i negri sono americani, che quelle stelle e quelle strisce sventolano per tutti, indistintamente. E il pensiero che Rufus rivolge a Dio mentre si sta per tuffare nell’Hudson, “Bastardo, fetente bastardo, non sono figlio tuo anch’io?” ci restituisce tutto il dolore per una verità così semplice e disarmante che pare assurdo non aprirle quando bussa. Il personaggio di Rufus è così carnale, così vivo, così pieno e inclusivo, che il resto della storia sembra inutile (e certo non lo è); lui ci dice “A volte sento quei barconi sul fiume… e penso che gran bella cosa sarebbe imbarcarsi su un affare di quelli e andarsene da qualche parte, lontano da tutti questi disgraziati, in un posto dove un uomo sia trattato da uomo”, in un altro mondo appunto. Al di là delle rivendicazioni sacrosante di uguaglianza, Baldwin racconta come bianchi e neri in effetti non siano diversi, siano preda delle stesse frustrazioni e degli stessi desideri. Così la bionda Cass, diventa metafora della donna che si sente un comune oggetto della casa, una non-persona e rivendica il suo ruolo, la sua autonomia di individuo preciso e definito, come la negra Ida si stanca, alla fine, di soddisfare i bisogni sessuali di un bianco influente che può introdurla nel mondo della musica jazz. Si cade e ci si rialza, il colore della pelle non è un bastone che ci accorre in aiuto, la forza è dentro non fuori. Baldwin scrive crudo, riempie di dettagli le sue descrizioni come un’interminabile jam session, come per farci entrare nella storia, come se dentro quei locali fumosi ci fossimo veramente, come se avanzassimo per le strade brulle di una New York sudata e puzzolente con Rufus ubriaco e affamato. Alla fine il transfert si completa, siamo noi Rufus. Di fronte al dolore, alla disperazione, alla morte siamo nudi e uguali. La pelle e il suo colore, un ornamento.



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