Un animo d’inverno

Un animo d’inverno
È Natale. Una coppia americana, Holly ed Eric. Desiderosi di divenire genitori, si recano in Siberia, presso l’orfanotrofio Pokrovka n.2. Qui una donna dall’aspetto angelico porta loro, avvolta in una coperta grigio sporco, una bambina di due anni: è Sally, chiamata così per via delle superstizioni che si incarnano nelle mura dell’orfanotrofio. La credenza comune, infatti, impone l’assegnazione di un nome straniero ai bambini destinati ad allontanarsi dalla Russia, cosicché non vorranno mai tornarvi in futuro. Quella che Holly ed Eric trovano, infatti,  è tutt’altro che una Russia militarista e fredda, quanto uno Stato vibrante di tradizioni e superstizioni. Tuttavia, Eric e Holly hanno già un nome pronto e così ribattezzano la bambina Tatiana, in russo “regina delle fate”. Questa scelta condizionerà tutta la loro esistenza poiché non solo si porteranno dietro le origini russe della bambina, ma qualcos’altro li seguirà. Qualcos’altro che causerà disgrazie di poco conto, ma che metterà in allarme la madre di Tatiana e risveglierà le sue angosce proprio il giorno di Natale di 13 anni dopo…
Che si legga la prima, la decima, la centesima pagina di questo libro senza consequenzialità di lettura: ci si troverà sorprendentemente a non sentirsi  smarriti nell’evolversi della narrazione, pur senza avere coscienza dei fatti avvenuti in precedenza. Questo perché gli eventi, ma soprattutto le impressioni dei personaggi che essi determinano, si riprodurranno tali e quali dall’inizio fino quasi alla fine del libro. Non è una qualità, insomma, anzi una caratteristica che tedia il lettore, assillato dalle angosce e dalle infinite paranoie di Holly, che si trova puntualmente a sentire il bisogno impellente di scrivere le sensazioni causategli dal “qualcos’altro” di cui non verrà svelata la natura se non nelle ultime pagine. Per il resto, ci si trova intrappolati nella giornata natalizia della nuova famiglia di Tatiana, costretti a subire le impressioni che la madre ci offre su praticamente tutto ciò che la circonda. Così il libro finisce per essere come una di quelle giornate di festa che si è costretti a passare insieme a parenti che non possiamo digerire e che quindi risultano più pesanti del pranzo stesso di Natale. In più, anche quando si giungerà alla fine e si strapperà il velo di mistero che mantiene i livelli di adrenalina appena una tacchetta sopra al normale, non avremo certo un colpo di scena degno di riscattare il libro. Laura Kasischke  nasconde troppe ombre dietro le righe di ogni pagina. E a forza di ombre, non si vede più nulla.

 

 

 

 
 
 
 
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