Un antidoto contro la solitudine

Un antidoto contro la solitudine

Cleveland, 1993. L'abbiamo incontrato nella sua stanza di albergo il giorno dopo il reading. Portava un maglione a righe a collo alto e pesanti scarponi marrone chiaro. Durante la prima metà dell'intervista ha masticato e sputato tabacco Kodiak in un piccolo secchiello bianco; durante la seconda metà ha fumato e bevuto Diet Coke. Ha parlato con una voce morbida e sommessa, con un marcato accento del Midwest. La sua naturale timidezza, unita alla sua straordinaria intelligenza, può farlo apparire un po' scostante. Ma una volta che si è rilassato è diventato generoso e sincero, esponendo con passione e gran dettaglio i suoi giudizi e le sue idee sulla letteratura “Due anni fa” ha confessato “non sarei mai stato in grado di fare una cosa del genere. Non mi sarei mai seduto a parlare con persone che non conoscevo bene. Mi sarei chiuso in bagno e avrei strillato le risposte da dietro la porta”...

Si intitola Un antidoto contro la solitudine l'ultima pubblicazione dedicata a quel genio (sregolato) di David Foster Wallace a cinque anni dalla sua scomparsa: una ventina di interviste rilasciate dall'autore durante tutto l'arco della sua vita da scrittore, dalla pubblicazione del romanzo La scopa del sistema (inizialmente una tesi di laurea in letteratura inglese) all'ultimo capolavoro, la raccolta di racconti Oblio. Non è azzardato leggere questo libro come una biografia alternativa e per così dire parallela a quella scritta recentemente da D.T. Max, Ogni storia d'amore è una storia di fantasmi. Parallela perché se entrambi i testi convergono verso lo stesso punto (il drammatico suicidio del 2008, qui raccontato in un bellissimo e straziante articolo di David Lipsky), quel che cambia è la prospettiva, ora ben più intima e confidenziale. “Sono pessimo nelle interviste, e le faccio solo se costretto con la forza” aveva dichiarato Wallace in una lettera del 2007. Eppure nelle sue articolate e assolutamente non pessime risposte è sempre evidente il tentativo di creare, nonostante la timidezza, un rapporto di empatia con l'interlocutore (e di riflesso con i lettori), anche per il limitato tempo di un'intervista. Wallace non ha remore a parlare di famiglia e di passato, di problemi di droga e di depressione, di ansie e di figure di merda, di autori preferiti (su tutti De Lillo e McCarthy) e sopravvalutati (Ellis). La sua più grande preoccupazione è quella di dare una risposta che, per quanto inevitabilmente intricata, non risulti mai priva di senso o troppo intellettuale. Il ritratto che ne scaturisce è quella di una persona vera, sincera e soprattutto onesta, a cui non si può non voler bene, prescindendo dal valore che attribuiamo ai suoi libri. Compreso questo.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER