Un bravo ragazzo

Un bravo ragazzo
Basta poco per far ritornare a galla ricordi che sembravano spariti: un cappotto rosso, un viso tra la folla e improvvismente lei è lì: è proprio Blanca, come un fantasma che ritorna da un passato che a lungo si è cercato di dimenticare. Polo non riesce a crederci, rivedere improvvisamente Blanca per le vie di Madrid lo riporta indietro alla fine degli anni Novanta, quando, appena ventenne, aveva fondato con alcuni amici un gruppo  musicale. Anni incoscienti, in cui tutto sembrava a portata di mano e le droghe scorrevano come l'alcol, senza che nessuno ci facesse troppo caso. Ma sono anche gli anni che custodiscono il segreto più tormentato di Polo, un episodio di violenza inaudita di cui nemmeno lui si credeva capace...
Tutto comincia con la nostalgia: la nostalgia per un passato luccicante, spensierato, quello dei vent'anni pieni di energia e passione, quello della scena underground degli anni Novanta. Ma la nostalgia nasconde la parte più oscura di questa età: i vent'anni non sempre sono così idilliaci, si è incauti e distratti nel migliore dei casi, nel peggiore ci si sente così invincibili da diventare spietati. Così viene introdotto a poco a poco l'elemento perturbante nei ricordi di Polo: quello che è successo e che ha “macchiato” i suoi vent'anni lo perseguita fino al presente, rendendo quasi schizofrenica la mistificazione del passato. Grazie a una scrittura che è stata definita ipnotica, per il sovrapporsi senza distinzioni tra presente e passato, dialoghi e narrazione in seconda persona, Javier Gutiérrez riesce a trasmetterci il tormento interno di Polo in tutta la sua crudezza. Violento e poetico allo stesso tempo, Un bravo ragazzo è sì il ritratto di una generazione cinica e nichilista, ma allo stesso tempo un esperimento narrativo molto interessante.

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