In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo

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Sera del 16 febbraio 2000, Glieningmoors, autostrada tra la Polonia e Berlino. Un’autocisterna sbanda sull’asfalto ghiacciato causando un maxitamponamento che coinvolge sessanta automobili e due tir, con morti e feriti. Si forma una coda che arriva al confine polacco, oltre 40 chilometri. Arrivano i soccorsi, l’autostrada viene chiusa, si fa notte. La neve cade incessante sui veicoli fermi. Il giovane operaio edile polacco Tomasz scende dalla sua Toyota, scatta qualche foto con il cellulare, chiama la sua ragazza, Agnieszka, che lo aspetta a Berlino, per avvertirla che tarderà molte ore, non sa quante. Lei si preoccupa del freddo, lui ha un sacco a pelo nel bagagliaio. Fa per prenderlo, quando nota che accanto al segnale stradale che dice “Berlino 80 km” poco lontano da lui c’è un lupo. Un lupo che lo guarda e poi fugge via, nella notte. Quel lupo un mese prima ha attraversato l’Oder ghiacciato provenendo da est e si è addentrato nella foresta di Seelow, dove l’ultimo lupo è stato visto “più di centosessanta anni prima, nel 1843”. Qui un cacciatore lo bracca da molti giorni, invano. La mattina dopo il tamponamento, in un paesino chiamato Sauen, vicino a Beeskow, una coppia di sedicenni siede alla fermata del bus, l’unica di Sauen. Lei si chiama Elisabeth e lui Micha, sono vestiti con “pesanti giacche di pelle, anfibi, collane orecchini” e vogliono scappare a Berlino. Ma non con l’autobus, a piedi. Si alzano e si dirigono verso la foresta poco lontana…

Roland Schimmelpfennig è uno dei più importanti drammaturghi contemporanei tedeschi, applaudito da anni dalla critica per le sue pièces teatrali impegnate e raffinate. Qui è al suo romanzo d’esordio, un intreccio di vite parallele sullo sfondo del grigio inverno berlinese. Due fidanzatini “emo” di campagna che scappano di casa, un muratore polacco che viene cornificato dalla ragazza, una anziana che si barrica nel palazzo in cui vive per non permetterne la demolizione, una giovane coppia (in crisi) che gestisce un chiosco (in crisi) di bevande e dolciumi a Prenzlauer Berg, una giovane e ambiziosa giornalista, un uomo che ha lasciato sua figlia a una madre violenta e altri ancora. Tutte queste vite sembrano in balia dell’inverno e del destino. Tutte queste vite saranno – anche solo per un attimo – toccate e cambiate dalla presenza di un lupo, una evidente metafora (anche se non è altrettanto evidente di cosa: della natura vilipesa dalla modernità? Del lato ferino di ogni essere umano? Del sovvertimento delle regole sociali? O è una sorta di fantasma dei natali passati?). È più oscura e minacciosa insomma la foresta o la città? A leggere Schimmelpfennig non ci sono dubbi, considerato come descrive una Berlino plumbea in cui regnano desertificazione sociale, disoccupazione, solitudine, alienazione. Ad aumentare il senso di oppressione nel lettore la scrittura minimalista e glaciale, il tempo narrativo rallentato che fa sembrare ogni evento come coperto da uno strato di neve che attutisce tutti i suoni. Schimmelpfennig è sobrio e misurato fino al sadismo. Toni di grigio.



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