Un clandestino a bordo

Un clandestino a bordo

Nel lungo racconto di Joseph Conrad intitolato The secret sharer si narra di un veliero, o meglio di un grosso battello dalle vele bianche, che è ancorato all’imbocco del Golfo del Siam. É una notte tranquilla, il mare è in bonaccia ed un giovane capitano se ne sta in pigiama sul ponte della nave ad osservare l’orizzonte “come se aspettasse un evento straordinario”. Ecco che improvvisamente dall’acqua buia emerge il corpo di un uomo: “un corpo nudo ed esposto, che emana strani bagliori verdastri quasi fosse un essere marino […] una sensazione molto simile la provano le donne quando vengono a sapere che un corpo diverso dal loro si sta formando nel liquido nutriente del loro corpo”. Sporgendosi meglio il capitano scorge un giovane uomo che gli appare improvvisamente molto simile a se stesso, come se si trovasse di fronte alla sua stessa immagine riflessa nelle acque scure. Il clandestino sale a bordo ed il capitano lo nasconde nella sua cabina. “Nessuno deve sapere che è sulla nave. Il segreto sigillerà il loro rapporto di complicità affettuosa”...

In una lunga lettera scritta ad Enzo Siciliano il cui testo è apparso nella rivista “Nuovi Argomenti”, pubblicata qui assieme alla raccolta di scritti Corpo a corpo, Dacia Maraini prende spunto dal racconto di Conrad per introdurre una più ampia riflessione sul tema spinoso dell’aborto. La memoria la riporta immediatamente a qualche immagine della sua convalescenza dopo un aborto spontaneo, al pensare al bambino non nato come il clandestino della nave di Conrad, allo scoprire quanto sia difficile per lei parlare di aborto senza indugiare sul tema della maternità, due facce della stessa medaglia. Sicuramente conquista importante, perché ha evitato la morte di tante donne che avrebbero scelto pratiche clandestine e non sicure sul piano sanitario, ma anche dannazione e dolore per chi l’aborto lo ha subito passivamente. E forse proprio questa passività – splendidamente rappresentata dal mito di Oreste, che viene assolto da un tribunale composto quasi esclusivamente da maschi (tranne Atena, che non conosce però il ventre materno perché generata dalla testa di Zeus) perché avendo ucciso la madre, ha solo infranto “un vaso che conteneva il seme maschile” ‒ è alla base di tutti drammi femminili. Dall’aborto alla mercificazione del corpo, fino allo stupro. Un processo radicato nei secoli e drammaticamente accettato dalle donne stesse per cui l’iniziazione comincia sin da piccolissime. Tutto – dalle reazioni degli adulti ai giocattoli, dalla televisione alla pubblicità – spinge la bambina “a comportarsi secondo un’idea “melensa e cinica della femminilità”. E da adulte continuiamo a rincorrere un’idea di perfezione, imposta dall’immaginario maschile, che ci tormenta, ci ferisce e guasta i rapporti che ogni donna ha con il proprio corpo. Un testo lucidissimo ed ancora sorprendentemente attuale; da leggere e da far leggere. Perché non si parla solo di aborto (che tutt’oggi comunque rimane terreno minato e non sempre è garantito nelle strutture pubbliche come invece prevede la legge); ma si parla anche di diritti negati, di un momento storico in cui il corpo femminile “ha tutto da perdere nel sessualizzarsi, poiché sull’eros e sulla sua organizzazione sociale si è concentrata tutta la macchina espressiva e repressiva dei padri”; ma anche di felicità, intravista in un corpo femminile finalmente libero dalle convenzioni sessuali.



 

 

 

 
 
 
 

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