Un collegio di ragazze

Un collegio di ragazze
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Una luna pura, eterea, dà luce al cielo, svelando i segreti del buio. È una notte come tante, in un collegio di ragazze – il Newnham –, a Cambridge. Angela Williams contempla, lieta, la sua immagine allo specchio. Insieme a lei, anche Sally, Bertha, Helena, Alice vegliano, bisbigliano tra loro, perché “la notte è pascolo libero […], ricchezza non plasmata, bisogna scavare una galleria nella sua oscurità. Bisogna appendervi dei gioielli. La notte veniva condivisa in segreto, il giorno brucato da tutto il gregge”. Le loro risate furtive sostengono e nutrono il collegio, i corpi delle abitanti più adulte che giacciono, invece, supine, inermi... quelle ragazze sono la linfa che pullula, che scorre ansiosa – come […] un mare ventoso nel cuore – nell’attesa del nuovo, altrettanto giovane, mattino... Poll, per avere la cospicua eredità paterna, deve aver letto tutti i libri della London Library. Così, la ragazza, insieme alle amiche, si rende conto che molti degli autori – degli uomini – non hanno fatto altro che scrivere spazzatura, mentre le donne – le loro madri – hanno passato il tempo ad allevarli e basta. Allora, si fanno una promessa speciale... Miranda si è addormentata nel frutteto, su di una sdraio sotto il melo. Poco distante s’odono i rintocchi d’una campana, gli scolari che ripetono a voce alta le tabelline, il bambino del vaccaro che raccoglie mirtilli. Miranda è lì ed è altrove... La signorina Craye, mentre a Fanny Wilmot cade una rosa dal vestito e si china a cercarne la spilla, le fa notare che “gli spilli di Slater sono senza punta”; Julia Craye passa la vita nel “freddo, vitreo mondo delle fughe di Bach”, suona per sé ciò che vuole e prende solo pochissime allieve – le migliori. C’è come un vetro infrangibile tra lei e gli altri... Rosalind, per abituarsi alla nuova vita matrimoniale con Ernest Thoburn, si crea una realtà immaginaria, in cui lei e il marito – Lapinova e Lappin – sono due conigli che, ogni sera, ogni momento possibile, vivono le loro avventure nei prati, liberi. E questo è il loro piccolo segreto... Gilbert Clandon, dopo la morte della moglie – della donna con la quale ha vissuto un’intera vita –, scopre su di lei una verità amara, che nasconde la radice stessa della sua fine...

“Questa ninfea che galleggiava immacolata sullo stagno del Tempo”. Un’immagine perfetta per la stessa Virginia Woolf. Sei racconti (scritti tra il 1920 e il 1940) inconfondibili, la cui penna si riconosce dal primo, minuscolo, tratto. Parole intrise di sensibilità e cuore, di sensualità e purezza insieme. Un equilibrio perfetto in cui a raccontarsi ancora una volta, attraverso l’anima dell’autrice, è la vita, nei suoi meccanismi più miracolosi e più assurdi. C’è l’ardore giovanile – fervente e inarginabile. Il desiderio di rivalsa, la determinazione per poter e saper cambiare le cose, tipici delle donne. E anche un tocco di sana illusione e/o di sogni. C’è la presa di coscienza dell’età in cui ci si guarda alle spalle, in cui almeno qualcosa poteva essere o andare in altro modo, in cui almeno qualcosa stona rispetto al resto della partitura, ormai giunta alle ultime, lentissime, battute. Ci sono le dinamiche di coppia, la complicità costruita, la fantasia come possibile via d’uscita, almeno finché la magia non si spezza. C’è l’inganno, la bugia mascherata da verità, profili di corpi su di un vetro che non si sa o non si vuol rompere. C’è il dolore e/o quel che resta di ogni gioia. C’è l’amore, la passione smisurata che è vocazione, per i libri e la scrittura. Ci sono le contraddizioni che ogni cuore serba in sé, come la voglia di sapere, di conoscere e, insieme, la consapevolezza che è dall’intelletto che scaturisce la coscienza del male, del dolore – “Una volta che sa leggere c’è solo una cosa in cui puoi insegnarle a credere – vale a dire in sé stessa”. C’è, insomma, l’autrice con tutta la sua anima infinita. Con la sua verità un po’ svelata e un po’ taciuta – come tratteggiata con un pennello che sa restituire le sensazioni prima ancora delle immagini –, nascosta dietro parole che sono tende chiare, trasparenti, attraverso cui far passare la luce d’una luna snella e forte, d’una signora del cielo, come la Woolf lo è stata, indiscutibilmente, della penna.



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